La foto del cavallo è di Guerrino Donegà – Associazione Marco Cavallo Lecco
Dal 6 settembre il grande cavallo blu partirà per un viaggio che farà tappa nei Centri di permanenza per il rimpatrio di tutta la Penisola; verrà accolto dalle associazioni e dai cittadini, che insieme a lui manifesteranno per denunciare la situazione di estrema difficoltà che vivono le persone trattenute. In questa intervista immaginaria Marco ci racconta della sua decisione di mettersi in gioco, di nuovo, per gli esclusi.
Marco Cavallo, il grande cavallo azzurro storia e testimone della rivoluzione basagliana, sta per rimettersi in viaggio: andrà in tutti i Centri di permanenza per il rimpatrio – Cpr italiani, assieme a tanti cittadini e tante associazioni, per denunciare le terribili condizioni in cui vivono le persone trattenute; la prima tappa sarà a Gradisca d’Isonzo, in provincia di Gorizia, il sei settembre. Qualche anno fa, Marco Cavallo aveva già attraversato l’Italia per visitare gli Ospedali psichiatrici giudiziari, che poco dopo sono stati chiusi. Forse, anche stavolta, il suo viaggio potrà essere un punto di svolta.
Marco Cavallo, come mai hai deciso di partire per questo viaggio nei Cpr italiani?
Ho saputo di quello che accade nei Cpr e subito mi sono messo a scalpitare e a nitrire di rabbia. Volevo spaccare il muro davanti a me. Poi ne ho parlato con Peppe (Peppe Dell’Acqua, lo psichiatra che lo conosce fin dalla sua creazione, ndr) che mi ha detto del viaggio e che era ancora una volta il mio momento. Ho nitrito di gioia. Tutte le volte che mi chiedono di andare in questi luoghi orrendi mi metto immediatamente in movimento. Anche se, cara Veronica, devi sapere che adesso sono veramente vecchio e stanco.
Quando sei nato?
Sono nato nel 1973 a Trieste, nel Laboratorio P. Sono passati più di cinquant’anni e per un cavallo è un tempo lunghissimo, fuori scala. Mi hanno messo al mondo Giuliano Scabia, Vittorio Basaglia e centinaia di internati del manicomio. Mi hanno aiutato a crescere e a conoscere il mondo di fuori. Sto bene, anche se sento che il “sogno di un mondo migliore” svanisce. Eravamo felici, danzanti e cantanti quando abbiamo attraversato tutta la città. Questo viaggio oggi si annuncia molto molto difficile. Ma io non riesco proprio a star fermo, quando sento di muri, di persone ridotte a cose, di persone che non sono più persone. Devo correre!
A proposito, il tuo motto da allora è «Marco Cavallo lotta per tutti gli esclusi». Anche le persone recluse all’interno dei Cpr sono escluse.
In queste settimane, mentre di riunione in riunione decine e decine di associazioni si riconoscevano nelle bandiere del viaggio, ho visto e sentito molte parole che anch’io non conoscevo. Abbiamo cominciato lottando per tutti gli esclusi, ma queste persone vivono una condizione di dolore, di tortura, di invisibilità, non ci sono più! Scomparsi! Si sono salvati dalla morte in mare per finire da povere cose da scartare e questo… (non riesce a trattenere un nitrito altissimo di dolore e di rabbia). Mentre parlo con te, mi rendo conto che molti, uomini, donne, cavalle e cavalli, non sanno nemmeno cosa siano questi Cpr. D’altra parte è difficile da spiegare e io stesso ho fatto fatica a capire. Ho chiesto: «Ma sono persone che hanno rubato, che hanno ucciso, che hanno fatto cose brutte?». La risposta era sempre no. Mi hanno detto che sono trattenute perché non hanno i documenti. Sono trattenuti perché non hanno un documento? E anche se tutti mi dicono che sono un cavallo proprio intelligente, faccio molta fatica a capire queste cose di voi umani.
Cosa ti piacerebbe ottenere da questo viaggio?
Beh, che si chiudano i Cpr!!! So, però, che solo possiamo immaginare che si cominci a pensare concretamente alla chiusura. Mi piacerebbe che si iniziasse a parlare con più concretezza; vorrei anche – e so di essere un po’ narciso – che queste persone rinchiuse sentissero il mio nitrito fuori dalle mura. Spero che con me ci siano tanti ragazzi e tante ragazze che sono già in movimento. Quando sono uscito per la prima volta dal manicomio di Trieste mi accompagnavano le bandiere fatte di stracci, di pezzi di stoffa di scarto, di vestiti usati. Anche stavolta ci saranno più di 100 bandiere fatte con tessuti di scarto. Questo mi commuove (un nitrito amoroso, malinconico e disperato che solo lui sa fare). Denunciare la cultura dello scarto. Tante volte Papa Francesco ne ha parlato. Francesco, io l’ho incontrato a Trieste al suo arrivo nel Porto Vecchio. Ci siamo capiti subito, è bastato uno sguardo; era sulla sedia a rotelle, io ero lì enorme, lo sovrastavo. È bastato toccarsi per comprendersi. Allora, fuori dai Cpr, con le bandiere dello scarto, che non significa solo vedere i trattenuti dietro le mura, che sono gli ultimi degli ultimi. Davanti a quei muri, a quelle reti, a quei cancelli sbarrati e presidiati da uomini armati, saremo capaci di guardare fuori di noi, a tutte le disuguaglianze che abbiamo attorno. Questo è quello che voglio fare. Da quando sono nato mi hanno insegnato a pensare l’impossibile!!!
Mi piacerebbe che, arrivati fuori dai Cpr, stessimo tutti in silenzio, con le bandiere. Il silenzio mi fa venire in mente anche un racconto di Franco Basaglia, che io ho conosciuto bene, perché – non so se lo sai – ma è stato uno di quelli che ha buttato giù l’architrave del cancello del reparto, per farmi uscire.
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