Convegno internazionale: Franco Basaglia, oltre i confini – pratiche di libertà.
12 – 13 novembre 2025, Nuova Gorica / Gorizia

Non posso non dire che questo convegno accade in un momento di grande mutamento e di un attacco ideologico al lavoro di Basaglia, al suo pensiero, alla sua visionarietà, al suo essere stato qui a Gorizia e a Trieste.

Il ricambio politico e poi generazionale ha permesso alla giunta regionale di rendere con molta determinazione operativi i suoi programmi di cambiamento radicale di tutto l’assetto del sistema sanitario segnatamente dei servizi territoriali, sia nel campo della salute mentale che nella medicina di comunità. E con ancora più decisione – e di questo vi parlo con un dolore profondissimo che ancora non mi abbandona – di quanto accaduto nel campo della salute mentale e della cura a Trieste.

Si è parlato poco di questo, ma quello che è accaduto, messo in fila oggi, è davvero un crudele capovolgimento di un grande progetto che aveva restituito presenza e partecipazione ai cittadini di questa regione e segnatamente ai cittadini di Trieste.

Trieste aveva costruito una rete di servizi. Un distretto fornito di tutte le opportunità di cura e di opportunità per i cittadini di quell’area (60.000 abitanti in ogni distretto): 4 distretti, 4 centri di salute mentale, 4 servizi territoriali per le dipendenze, 4 gruppi di lavoro dei servizi sociali del comune. E ancora accordi con l’Ater e la sperimentazione di successo di un’invenzione: le microaree, che dobbiamo all’intelligenza e alla passione di Franco Rotelli e, nella sua realizzazione successiva, a Maria Grazia Cogliati e a una quantità di operatori appassionati, una preziosissima risorsa umana.

L’accanimento ideologico delle politiche regionali con estrema malevola perseveranza ha devastato ogni cosa. Tutti i servizi sono stati decapitati. I concorsi per i ruoli di dirigenza medici e infermieristici sono stati accuratamente condotti per collocare nelle posizioni di vertice operatori allineati e sicuramente ostili alla precedente gestione delle politiche sanitarie nella regione, che si era ormai ben radicata e durava da cinquant’anni. A fronte di un lavoro improntato alle porte aperte, alla comunicazione, all’attenzione per la presenza di ognuno e alla valorizzazione si è sostituito un clima di silenzio, di porte chiuse, di decisioni prese all’oscuro di tutti. Gli operatori hanno cominciato a prendere distanza gli uni dagli altri, a diffidare. Molti hanno introiettato la censura imposta dai nuovi poteri politici. Dimenticare Basaglia e la damnatio memoriae è stata davvero formidabile. Oggi a questo incontro così ricco di significato sono pochi gli operatori attivi a Gorizia e a Trieste. Qualcuno dice che avrebbero dovuto chiedere il permesso per partecipare. Ma per molti credo abbia funzionato la censura introiettata.

Di quanto accaduto si è letto sui giornali e, più che la diminuzione delle risorse o del personale, sono cambiati radicalmente i modi di rapportarsi con le persone che di quei servizi hanno bisogno. Se la negoziazione instancabile era il modulo di gioco precedente ora è la distanza e l’allontanamento e, nei casi difficili, altro che negoziare: il Tso. Solo un dato: i trattamenti sanitari obbligatori a Trieste sono triplicati e in alcuni momenti quadruplicati. 

Rinviare, alimentare liste d’attesa mai viste nei centri di salute mentale, tenere distanti i familiari e quante altre cose potrei dirvi…

Ho accettato l’invito di Roberto Mezzina e Franco Perazza a parlare – proprio per questo – non senza imbarazzo. 

cosa potrò mai dire oggi? Che hanno vinto le psichiatrie della pericolosità, della diagnosi, del farmaco, della contenzione?”

Cercherò di trovare le ragioni di quel cambiamento che ha segnato fortunatamente tutta la mia esistenza, di capire con voi che cosa veramente cominciava a Gorizia e che cosa si è poi sviluppato per trent’anni a Trieste.

E che cosa ha contaminato le culture della cura, del diritto, del cambiamento in ogni angolo del pianeta.

Ho trovato gli appunti di una lezione alla scuola di filosofia di Trieste di qualche anno fa.

Pier Aldo Rovatti mi aveva invitato a parlare di Follia. Abitare la parola follia.

Accanto alla parola follia, nel corso di questi anni, ho sempre evocato il mestiere della cura come concreta scommessa/possibilità per affrontare la follia. E a pensarci bene, come aveva scritto Franco Rotelli, il lavoro di deistituzionalizzazione che ci ha impegnato severamente per tanti anni si è svolto sempre e comunque intorno alla parola follia.

Per trovare la parola follia ho dovuto fare spazio, liberarmi dalle parole prima banali della mia adolescenza poi pesanti del linguaggio che andavo apprendendo nel mio percorso di formazione. Non è stato facile. Le affermazioni pure entusiasmanti che la follia “è una condizione umana” mi trovavano assolutamente disarmato e disorientato. Non ero mai sicuro se stessi comprendendo bene il senso delle cose che facevo in rapporto alla parola follia.

La follia è una condizione umana ma cosa avrei dovuto fare per dissotterrare questa condizione finita sotto le pesanti architetture della psichiatria. A Napoli mentre cercavo di costruire la mia competenza e la mia identità di psichiatra ho affrontato il primo corpo a corpo con le parole della diagnosi: ne sarò pienamente consapevole molto più tardi  a Trieste quando dovrò, nelle pratiche delle urgenze quotidiane, liberarmi da quelle parole per far posto alla follia. A Trieste sono precipitato in una battaglia quotidiana. Un corpo a corpo complicato, violento, frustrante, destinato a non finire mai.

E non potevo non incantarmi alle parole che Alda Merini

A Franco Basaglia 

Il vento, la bora, le navi che vanno via
il sogno di questa notte
e tu l’eterno soccorritore
che da dietro le piante onnivore
guardavi in età giovanile
i nostri baci assurdi
alle vecchie cortecce della vita.

Come eravamo innamorati, noi,
laggiù nei manicomi
quando speravamo un giorno
di tornare a fiorire
ma la cosa più inaudita, credi,
è stato quando abbiamo scoperto
che non eravamo mai stati malati.

Ora avete capito io mi muoverò su queste tracce e farò molti inevitabili riferimenti alla mia vita. A quanto siamo stati interrogati nel frequentare ciò che accade “abitando” accanto alla follia. 

Nel 1967 a Napoli, che è una delle prime realtà universitarie dove inizia il movimento, ero disorientato, non capivo niente. Ho cominciato a comprendere qualcosa quando i nostri compagni più grandi hanno iniziato a parlare nelle assemblee generali della medicina, della salute in termini critici, smontando l’immagine vincente, luminosa  che io avevo costruito.

Stava accadendo qualcosa, stavamo cominciando a ragionare che la medicina era anche uno strumento di potere e controllo, la medicina è un modo del potere dicevano, e che la psichiatria era il punto in cui tutto ciò era più evidente. Per me era una novità. Questa assoluta ignoranza della questione diventava urgente quando dovevo confrontarmi con le discussioni che nascevano.

Abbiamo deciso con alcuni compagni di andare a vedere da vicino cosa succedeva e quindi siamo andati a fare l’internato nella clinica delle malattie nervose e mentali (la specializzazione in psichiatria è arrivata più tardi nel 1971). Nella clinica c’era un barone siciliano che comandava anche sui “feudi”: istituti di malattie nervose e mentali di altre città e perfino nei singoli reparti. Il reparto di psichiatria era chiuso con le sbarre, le chiavi, in una miseria materiale e relazionale spaventosa. Ci insegnavano le parole della psichiatria e della distanza. Pretendevano il nostro sguardo sicuro sull’oggetto malattia, alimentavano la nostra distanza dal malato, e le parole della diagnosi coprivano ogni cosa. Scomparivano le circostanze, le storie, i conflitti, i sentimenti, i legami, le solitudini. Non capivo molto. Ma qualcosa mi lasciava un filo di amarezza, specie quando ci facevano lezione alla presenza del malato, materiale didattico lo chiamavano. Da allora senza che me ne accorgessi è cominciato il mio corpo a corpo con la diagnosi.

Al piano di sotto si faceva l’elettroshock.

Queste scene che soltanto più tardi ho potuto capire, in quel momento mi turbavano con un sottile sentimento di vergogna e di colpa. Noi compagni eravamo andati per fare qualcosa che fosse una presenza critica e non facevamo nulla. Il professore, che sapeva tutto di tutti, e anche delle nostre uscite clandestine con qualche paziente, quando veniva in reparto ci puntava il dito e ci diceva “e ricordatevi bene che in questa clinica non si deve basagliare”.

Non posso a questo punto non mettere in gioco l’insegnamento di Franco Basaglia. La parola follia, al di là delle filosofie, delle speculazioni, delle letterature, comincia a diventare una parola che interroga concretamente, nella durezza della vita quotidiana, la nostra operatività. Cosa può significare follia “è una condizione umana” quando ti ritrovi in un campo in cui questa parola è completamente sparita, sotterrata in un sapere che non fa altro che adoperarsi perché la follia non dia più nessun segnale di vita.

Esiste la malattia mentale, non c’è altro che la malattia mentale. Sapete meglio di me che la ragione domina la follia e la malattia mentale diventa dominante.

Quindi il fatto che tu ti ritrovi in questo luogo con una impenetrabile ideologia, con pratiche che nella presenza drammatica del “corpo” rendono ogni cosa evidente; in un modo o nell’altro quelle pratiche ostacolano, annientano il tuo sforzo fragile e paziente di dissotterrare la parola follia e potrei dire con Alda Merini “scoprivamo alla fine di non essere mai stati malati”.

E’ questo quello che sta accadendo. Per quanto cominciamo a essere più consapevoli, la parola follia potevamo cominciare a declinarla mettendo in discussione quanto avremmo dovuto imparare nella nostra formazione di studenti di medicina e di specializzandi.

Tutto andava rimesso in discussione nel fuoco del mutevole accadere della quotidianità. Ora ti ritrovi di fronte alla diagnosi scritta, alla cartella clinica, all’obbligo che hai di riprendere le parole della psichiatria che ti sembrano ormai del tutto insicure, incerte, vuote. Ora, cominci a sentire la tua fragilità nel tentativo di far emergere qualche cosa d’altro.
Cominci ad affrontare la paura dell’incontro.

Eppure basta semplicemente allontanarsi dalle parole della psichiatria, dico parole per significare comportamenti, comportamenti per dire delle distanze delle psichiatrie e infine distanza che significa disconoscimento costante dell’altro. Ora sei chiamato a riconoscerlo questo altro, conoscere il nome, il cognome, il mestiere della mamma, del papà, dell’Istria che mi affascinava tanto nella sua ricchezza di testimonianze. Come non ricordare l’accoglienza di Ulisse naufrago nell’isola dei Feaci. Il re Alinoo accoglie l’ospite: come ti chiami, quanti anni hai, hai una moglie, hai figli, chi era tuo padre, e la sua famiglia, da dove vieni, cosa porti con te…

Nel momento in cui tu fai questo non sai neanche se ti stai avvicinando alla follia però sai che sei in una condizione di totale incertezza, non sai più a che santo votarti. Quando dico il corpo a corpo quotidiano con la diagnosi è un modo per dire che forse sto cominciando a capire cosa sto facendo, dire un corpo a corpo che dura ancora oggi significa darmi una qualche certezza per giustificare questo mio avvicinamento.

E’ evidente che mentre mi avvicino alla follia emerge anche l’altro, la follia nascosta dalla malattia esclude crudelmente l’altro che non c’è più. Come scoprirò nel tempo, la psichiatria che abbiamo dovuto con rigore criticare, per farsi non poteva fare altro che rendere oggetto quella condizione umana. La psichiatria riconosce l’oggetto, lo definisce, lo nomina e lo colloca tra i tanti oggetti della sua osservazione.

Comprendiamo anche, ed è doloroso soprattutto se mi metto nei panni di Basaglia, che l’altro c’è e che se facciamo gli psichiatri non facciamo che negarne la presenza nella distanza che siamo costretti a costruire. Non sono azioni consapevoli, io non creo volontariamente la distanza, ma questa accade nelle pratiche sedimentate: quando il primario fa la visita nei reparti del manicomio è circondato da infermieri fidati che lo preservano dai contatti ravvicinati con i pazienti oppure le parole di quel primario sono tali che lo allontanano anni luce. Questo significa negare la parola, la parola non ha più nessun significato.

Cito di seguito una storia che si trova all’interno del libro “All’ombra dei ciliegi Giapponesi” Gorizia 1961, collana 180. Basaglia e Slavich, entrambi giovani, cominciano a lavorare nel manicomio di Gorizia, dove comincia a circolare la parola.

Basaglia in quel momento è interessato alla critica del positivismo scientifico, è interessato alla fenomenologia, riesce a vedere quello che altri non vedono. Credo che dentro di lui cominciasse a fermentare quella parola che ci interroga oggi. Quando entra a Gorizia, il silenzio, l’assenza sono intollerabili: “cosa mai potrò fare qui?” si dirà più volte. E pensa di andarsene.

Con Slavich decide che devono parlare con tutti i 550 internati. E si organizzano per farlo. E poi si interrogano sul fatto che loro parlano, tornano a casa e gli internati restano chiusi nei reparti. E loro hanno le chiavi. E Slavich racconta che tornando a casa la sera non riuscivano a liberarsi dalla vergogna. Sarà uno dei primissimi momenti di una storia che diventerà “apriamo le porte dei reparti, siamo noi che abbiamo le chiavi” (l’utopia della realtà). E allora i matti cominciano a circolare, si va fuori nel giardino, sul greto dell’Isonzo, perfino in centro città.

Poco dopo a Gorizia arriva una giornalista finlandese, vuole riprendere l’assemblea goriziana che quotidianamente accade tra internati e operatori. La parola ha cominciato a circolare. La giornalista chiede a Basaglia se può riprendere e Basaglia le risponde che deve chiederlo all’assemblea. Allora Pirko Peltonen, così si chiama la giornalista, si presenta all’assemblea e l’assemblea discute se farsi riprendere o meno. E poi il presidente dice a tutti: “votate” e poi: “contate”. Per me questa immagine e queste parole “votate” e “contate” sono un inizio formidabile. E può essere un inizio solo se ho cominciato a interrogarmi sulla malattia mentale, sulla natura della malattia. Posso dire contate a quelli che stanno lì. Ma chi sono? Matti o sani? Cittadini che votano o che non votano?

Ancora un altro momento. Che cosa capisco vivendo quotidianamente accanto alla follia. Sono a Trieste nel 1973, Marco Cavallo deve uscire, non riesce. Perché in quei due mesi è diventato più grande di quello che il suo costruttore voleva che diventasse. Perchè le persone nel corso di quei due mesi gli hanno messo nella pancia storie, biografie, bisogni, amore… C’è un cancello insormontabile. Sfondano l’architrave e il cavallo esce. Tutti immaginano che con questa rottura non ci saranno più i manicomi.

Da lì comincia l’istituzione inventata di cui parla Rotelli, negata l’istituzione, come è avvenuto in tutto il nostro paese, è meglio, nella concretezza delle pratiche territoriali, in tante realtà locali, bisognava da subito interrogarsi sul che fare, sul che cosa poteva voler dire dare continuità al lavoro di critica e di distruzione del manicomio. Sta qui il nodo cruciale che non abbiamo potuto evitare e che non finirà mai di interrogarci: come, negata l’istituzione della psichiatria, pensare, progettare, montare (inventare) le nuove istituzioni della salute mentale. Ecco il compito, direi l’urgenza che impreparati abbiamo dovuto affrontare.

Si trattava di costruire qualcosa in cui potessero vivere ed essere ascoltati, e far sentire il loro male, i cittadini che stavano riconquistando i loro diritti. In realtà il cavallo che esce e che rompe i muri non definisce un luogo da frequentare e uno da negare, costruisce una soglia – che è quello che io continuo a immaginare cercando di affrontare il mestiere della cura – la soglia significa che noi da quel momento dobbiamo cominciare a imparare ad abitarla questa soglia. Abitare la soglia è difficile e ci interroga. Mette a nudo tutte le nostre incertezze. Chi fa il medico, l’infermiere, l’assistente sociale, vuole avere dei luoghi certi. Se sto fuori sto fuori, se sto dentro sto dentro. Chi ha per mestiere una vocazione ad ascoltare l’altro, chi si accinge al mestiere della cura non può che imparare ad abitare la soglia . 

Attraversare la parola follia significa riconoscere l’incertezza, l’indefinitezza del mio compito, del mio mestiere, del mestiere della cura. Per curare devo cogliere quelle dimensioni che su quella soglia sono mutevoli.

Devo concludere, credo che abbiate capito che tutto quanto è accaduto, tutte le luminose rimonte, tutti i conflitti, lo sguardo nuovo che abbiamo avuto la fortuna di alimentare, la scoperta così determinante del territorio, dei cittadini e anche dei diritti, è potuta accadere dalla ricerca estenuante che Basaglia ci ha insegnato a fare, a ridurre ad azioni, a progetti, a dispositivi organizzativi, a valorizzare la banale quotidianità che ogni giorno dovevamo avere e dobbiamo avere la capacità di vivere insieme all’altro. Forse capirete l’ossessione del gruppo triestino del centro 24 ore, forse oggi possiamo meglio comprendere quella diffidenza a quell’attacco che ha accompagnato negli anni tutto il nostro lavoro. Forse è il momento di rendersi conto che quella rivoluzione ha significato nella pratica un capovolgimento di paradigma.

Il singolarissimo individuo, il cittadino, la persona al centro. E da qui la crescita intorno a questo centro, di una costellazione sempre più ricca di attenzioni, di parole, di servizi, di oggetti nuovi e singolari.

Quello che sta accadendo oggi, sicuramente qui nella nostra regione è un altro capovolgimento, questa volta niente affatto luminoso e ricco di speranza. E’ il ritorno al dominio della malattia sulla follia, dello specialismo sui bisogni elementari delle persone, sul bisogno di ascolto della radicalità dei sentimenti e delle emozioni. La devastazione che le scelte politiche di questa regione hanno prodotto sono tutte qui. Ma, anche se i manicomi “torneranno e più chiusi di prima, abbiamo ben capito e dimostrato che la cura può accadere in un altro modo” e da qui, con questa convinzione, che dobbiamo ripartire.

Forum Salute Mentale
Panoramica privacy

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.