Scrivo questo testo con tutta me stessa, con la mia storia addosso, con la mia diagnosi addosso, senza nascondermi. Io sono una persona schizofrenica. E sono viva. Sono curata. Riesco a vivere. A volte con fatica, a volte con paura, a volte con una gioia immensa per le piccole cose di ogni giorno. Ma vivo. E proprio per questo sento il dovere di dire con forza una cosa. Ogni persona con un disturbo psichico ha il diritto di vivere una vita piena. E ha il diritto di essere accompagnata dai servizi, sostenuta ed aiutata a farlo. Non mi rassegnerò mai all’idea che il suicidio di una persona giovane, di una persona presa in carico dai servizi, sia un evento inevitabile, un destino, una fatalità della malattia. No. Quando una persona decide di togliersi la vita, soprattutto quando è giovane, soprattutto quando è già dentro un percorso di cura, noi tutti e i dirigenti medici, gli operatori e le operatrici dei centri di salute mentale, dobbiamo avere il coraggio di fermarci e chiederci: dove abbiamo sbagliato? cosa non siamo stati in grado di osservare, di vedere? cosa non abbiamo ascoltato abbastanza? quale richiesta di aiuto non abbiamo saputo raccogliere? 

Questo non è un atto di accusa verso qualcuno. È un atto di responsabilità collettiva. È l’impegno che chiedo a tutti i Centri di Salute Mentale. Chiedo che essi siano luoghi che fanno di tutto, davvero di tutto, perché nelle persone non si arrivi a quella decisione estrema, di togliersi la vita. Fare di tutto vuol dire non lasciare mai sola una persona che dice “faccio fatica”. Quella frase non è mai banale. È un grido. Va presa sul serio, subito, senza liste d’attesa, senza rimandare a domani, a dopodomani, tra una settimana, a quando lo psichiatra torna dalle ferie. Bisogna costruire una cura che sia relazione, non prestazione. Non bastano i quindici minuti per la ricetta di uno psicofarmaco. Serve tempo, tanto tempo per ascoltare, serve un posto dove tornare anche senza appuntamento, serve qualcuno che ti conosca per nome, che sappia cosa ti fa paura, che conosca il tuo contesto di vita.
E’ necessario interrogarsi sempre, affinché non venga mai presa dalle persone la decisione di togliersi la vita, questo non deve accadere mai. Ma è, ahimé, altresì importante e necessario interrogarsi in questo caso, dopo un suicidio. Cosa non ha funzionato a livello di dirigenti medici? Cosa non ha funzionato nella rete dei professionisti del centro di salute mentale? La persona si è sentita sola? Aveva perso la speranza di un lavoro, di una casa, di un amore? La sua sofferenza è stata chiamata “sintomo” quando era una ferita umana che chiedeva vicinanza?
E’ necessario credere che la vita sia possibile anche con un disturbo grave. Io ne sono la prova. Se io, schizofrenica, riesco a vivere, ad essere curata, a lavorare, a studiare, a fotografare, a pensare, a voler bene, allora deve essere possibile per chiunque. Per chi ha una depressione che lo schiaccia, per chi ha attacchi di panico che gli tolgono il respiro, per chi sente le voci, per chi non vede più un futuro. La cronicità non deve mai diventare una condanna a una vita a metà o persino una condanna alla tragedia, a togliersi la vita.
Mi sento dalla parte di chi fa fatica a vivere. Dalla parte di chi si vergogna a dirlo. Dalla parte di chi ha paura di essere giudicato come “matto”. Dalla parte di chi entra in un centro di salute mentale e ha paura di non essere creduto. So cosa vuol dire avere la mente che a volte si inceppa. E’ necessario conoscerla ed amarla per quella che è.  So cosa vuol dire pensare che il mondo sarebbe meglio senza di te. E so cosa vuol dire trovare una mano che ti dice: resta, resta con noi, costruiamo insieme un pezzo di vita in più, oggi. 

Per queste ragioni il mio impegno è forte e non negoziabile: voglio centri di salute mentale che lottino per la vita delle persone con la stessa ostinazione con cui una persona lotta per non morire dentro quando chiede aiuto, o come quando chiedono aiuto i genitori di una o un giovane con sofferenza psichica. 

Voglio servizi di salute mentale che non si abituino mai al dolore, che non si assuefacciano alla perdita. Perché ogni vita salvata è una rivoluzione. Perché ogni volta che al o alla giovane vengono garantiti cura e ascolto il o la giovane decide di restare, di curarsi, di provare ancora e questo ci insegna che un’altra psichiatria è possibile. Una psichiatria umana. Un’umanità più giusta è possibile. 

Io ci sono. Come persona, come paziente, come cittadina. E continuerò a gridarlo ad alta voce: curateci, ascoltateci, non abbandonateci. Noi persone con sofferenza mentale vogliamo vivere la nostra vita.

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