Addio manicomi, ecco dove germogliano i semi di Basaglia

di Cristiana Pulcinelli

Trent’anni fa il Brasile aveva un enorme numero di pazienti psichiatrici chiusi in manicomi privati per venti, trent’anni della loro vita. Lo stato pagava le rette e quindi la psichiatria nel paese era un grande business. Nel 1979 Franco Basaglia tiene una serie di seminari nel paese raccontando l’esperienza italiana di superamento del manicomio con l’apertura delle strutture e la restituzione dei diritti al malato. Nel paese c’era ancora la dittatura militare e i seminari di Basaglia incontrano una diffusa voglia di libertà: partecipano centinaia di operatori, psichiatri, intellettuali. La luta antimanicomial del Brasile comincia da lì. Negli anni «fermenta»: già con il governo precedente a quello attuale comincia un processo di riforma. I contatti con gli psichiatri di Trieste sono costanti: Franco Rotelli, che andò a dirigere il manicomio di Trieste al posto di Basaglia nel 1979 e che lo chiuse definitivamente un anno dopo, va spesso in Brasile. Nasce un enorme movimento di utenti. I risultati: i posti letto in psichiatria diminuiscono del 40%, in 15 anni i centri territoriali aumentano del 70%. Oggi il Brasile di Lula ha ridotto drasticamente i grandi ospedali psichiatrici, talvolta li ha chiusi definitivamente. Ha creato 2000 servizi territoriali e ha esperienze di punta a Santos, San Paulo, Bel Orizonte, nel Minas Gerais. I semi di Trieste nel mondo stanno germogliando? «Trieste è un modello di riferimento per l’Oms –commenta Franco Rotelli – Il superamento degli ospedali psichiatrici e l’utilizzo di servizi decentrati ormai è un dato acquisito, ma poi esistono realtà molto diverse fra loro. La frammentazione delle pratiche e delle teoche sia difficile disegnare una mappa, sia mondiale che italiana». Esperienze avanzate nel mondo ce ne sono molte: in Nuova Zelanda e in Australia, ad esempio.

DA TRIESTE AL MONDO

Alcune fanno riferimento esplicito al modello triestino: in Brasile, in Argentina, in Islanda, nei Balcani, dove si parte da situazioni molto arretrate, ma dove si stanno verificando importanti cambiamenti. E in alcune zone dell’Inghilterra, come racconta John Jenkins che oggi dirige la International Mental Health Collaborating Network, una Ong che aiuta i paesi che vogliono aprire servizi di salute mentale centrati sulla comunità: «Sono diventato direttore di un grande ospedale psichiatrico nel 1976. L’anno successivo, ispirati in parte dal lavoro di Trieste, decidemmo di aprire i servizi di salute mentale di comunità che avrebbero rimpiazzato l’ospedale. Così avvenne: l’ospedale fu chiuso nel 1985. Da allora, il governo inglese ha appoggiato questa politica e i molti altri manicomi sono stati chiusi». E l’Italia? «Non esiste il disastro italiano di cui talvolta si sente parlare – dice Peppe Dell’Acqua, direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste – Pensiamo solo alla zona di Aversa: fa riflettere che nella patria dei casalesi ci siano 5 centri di salute mentale aperti 24 ore al giorno per 7 giorni su 7». I protagonisti di queste esperienze, italiane e straniere, saranno a Trieste dal 9 al 13 febbraio per l’incontro «Che cos’è salute mentale?», fortemente voluto da Dell’Acqua: «Usciamo da un periodo difficile, i segnali che arrivano sono quelli di un ritorno della psichiatria della sicurezza». Rotelli è d’accordo: «Sarkozy ha detto che bisogna qualificare gli ospedali psichiatrici. È l’esempio del vento che sta girando in Europa. Il paziente è considerato persona da tenere d’occhio perché rischiosa e quindi crescono i sistemi di controllo». Il mondo vastissimo di operatori, cooperatori, familiari, pazienti dice però cose diverse. È questo mondo che l’incontro di Trieste vuol mettere insieme. L’incontro triestino vuole essere anche la risposta al paradigma secondo cui «la malattia mentale è qualcosa che non funziona nel cervello. Qualcosa che i farmaci rimetteranno a posto». «Un paradigma vecchio – prosegue Dell’Acqua – che dietro ha strutture territoriali misere e psichiatri ridotti a prescrittori di farmaci». A questo “sé” neurochimico si contrappone un “sé” che si costruisce attraverso le relazioni tra le persone.

(da L’Unità)

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