Caso Mastrogiovanni. Quando l’indifferenza è un reato morale

Stamane è cominciato il processo che vede imputato il personale medico coinvolto nella morte di Francesco Mastrogiovanni. Ben presto davanti al tribunale di Vallo ha preso forma e sostanza il gruppo di sensibilizzazione organizzato dal Comitato “Verità e giustizia per Franco”: c’erano, oltre alle persone di Vallo e dintorni (una ventina), una delegazione salernitana composta dai vari centri sociali e Sinistra Critica, l’USI, il sindacato anarchico, e il circolo Malatesta di Ancona che ha prodotto un volantino.

Presenti anche moltissime associazioni che si occupano di salute mentale, tra cui il Telefono Viola, il Centro Relazioni Umane di Bologna, e qualche giornalista e qualche artista noto (uno, per la precisione: Angelo Loia).

Tutti hanno discusso e denunciato la condizione disumana cui viene costretto chi si rivolge al servizio sanitario per l’igiene mentale: tra i presenti anche il compagno di stanza di Franco, tenuto in contenzione anch’egli per diversi giorni, che dichiara: “Franco è morto, potevo esserci io al suo posto”, e il suo sguardo mi trapassa il cuore.

La moglie, prima timida, poi prende coraggio: oggi la novità è che si parla di reparto psichiatrico senza la vergogna del paziente. Si vergogna chi sta “dall’altra parte”, chi è “normale”.

Le immagini del video mi tormentano, non lo nascondo, mi hanno creato una specie di buco interno che mi fa sudare freddo la schiena, mi sembra di sentirle quelle fasce sui polsi, l’aria mi pare viziata dall’odore di disinfettante e sudore. Mi sembra di vedere gli occhi di Franco. Mi sembra di sentirne le urla. Questo pensiero mi accompagna fisso durante questi giorni, quelli che hanno preceduto l’udienza e oggi, che questa ha avuto luogo, ho rilevato come ogni faccenda umana che finisce in tribunale si trasforma da scandalosa in ordinaria.

Queste le premesse che covano nel mio animo, che mi hanno accompagnato durante la mattinata. Questo ciò che ha dato colore al mio sguardo nell’osservare gli imputati presenti ridacchiare o lanciare sguardi che manco una tifoseria avversaria negli occhi umidi di Caterina, la sorella di Franco, che invece ha pianto composta, ha sperato con discrezione, è stata in un angolo. A differenza di alcuni imputati, una in particolare si aggirava per l’aula nascosta da occhialoni da diva, non mancando di dispensare sorrisi: se glielo avessero chiesto, probabilmente, avrebbe rilasciato di buon grado anche autografi.

C’è una responsabilità in questa storia, per dichiarare la quale non c’è bisogno di aspettare che la giustizia faccia il suo corso: è della società. La società non è un concetto fumoso che comprende tutto e niente, la società è somma di persone.

Penso a quelli che non si sentono indignati per questa storia, tutti quelli che non dichiarano a gran voce che dei medici così non li vogliono, che quella sciatteria che dal video prende corpo in maniera evidente non è una cosa legittima. In un ospedale, a maggior ragione. Non è eticamente corretto agire in quel modo.

Tutti quelli che non saltano dalla sedia al solo pensiero, sono sul banco degli imputati.

Ce li metto io, che non essendo nessuno ho pur sempre un dovere, quello di raccontare cosa accade. La notizia di oggi è questa: l’indifferenza è un reato morale.

Se non avete speso un pensiero per Franco, l’avete ucciso anche voi, contribuendo a formare una società fatta di individui non più umani.

Le lacrime che ho speso per Franco, per Riccardo Rasman, Giuseppe Casu (morto in seguito ad un trattamento sanitario obbligatorio che lo ha visto legato al letto per sette giorni consecutivi), Edmond Idehen, Roberto Melino, soltanto alcuni di una lunga lista di morti avvenute all’interno di reparti psichiatrici, bruciano dall’impotenza di non poter fare granché, ma con la loro consistenza mi rendono umanità, intesa come complesso di doti e sentimenti che si ritengono propri dell’uomo e lo distinguono dalle belve.

“Perché Mastrogiovanni non buca il diaframma del nazionale?” ha chiesto un giornalista, quasi tra sé e sé, intendendo esprimere con questa metafora forse un rammarico per il fatto che i media a respiro nazionale non hanno dato all’episodio l’attenzione che merita, accantonandolo subito dopo lo scalpore iniziale.

Perché forse la maggior parte della gente ragiona come quei medici, mi rispondo.

Tullia Conte • 28 giugno 2010

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