Come fu che i matti di Troia vennero ricevuti dal Papa

pillodi Peppe Dell’Acqua

Ricordo. Credo fosse la primavera del 2000 quando Peppe Pillo mi raccontò che erano stati ricevuti dal Papa. Mi mostrò con orgoglio le fotografie ufficiali.
“Non è stato facile, – mi disse – c’è voluta perseveranza, testardaggine, un martellamento ossessivo. In una riunione con un gruppo di utenti del centro Donato è intervenuto per dire che, ora che erano liberi, sarebbe stato bello andare a Roma dal Papa. Le persone dimesse dal manicomio di Foggia, più di cinquanta quelli del sub-appennino Dauno, stavano tornando nei loro paesi, nelle residenze, ora seguiti dal nostro centro di salute mentale, quello di Troia. Persone, con esperienze lunghissime di manicomio.
Donato, tornato finalmente a casa dopo cinquantun anni di internamento, ormai settantenne, era andato a vivere con la sorella e il cognato.
Tutti avrebbero dovuto ricominciare a vivere, a ri-conoscere il mondo – e perché no ? – avrebbero voluto essere ricevuti dal Papa.”
nel corso di una riunione del centro avevano deciso di scrivere alla prefettura pontificia, avevano scovato l’ufficio che organizza visite e pellegrinaggi. Scrissero facendo capire con qualche reticenza che cinquanta “matti” usciti dal manicomio di Foggia volevano essere ricevuti dal Papa. Con gentilezza dalla città del Vaticano avevano risposto che si poteva fare, ma che avrebbero dovuto parlarne con il parroco del paese e promuovere l’iniziativa tramite la parrocchia.

Ringraziarono per l’interessamento e per il suggerimento, ma, si spiegavano meglio: era quel gruppo che voleva essere ricevuto dal Papa. Con la parrocchia non sarebbe stata la stessa cosa.
La prefettura pontificia, dopo alcuni mesi, rispose che apprezzava la determinazione e che, se questo viaggio proprio si doveva fare, sarebbe stato meglio parlarne con il vescovo di Foggia. Senza desistere, avevano ringraziato per i consigli e ribadito che quel gruppo, proprio quel gruppo in quanto tale, voleva far visita al Papa.
Ci furono altre comunicazioni, passò più di un anno dalla prima lettera. La prefettura pontificia rispose che avrebbe vagliato meglio la richiesta. Per un certo tempo più niente.
La questione però ritornava nelle riunioni. Scrissero di nuovo, questa volta sollecitando gentilmente una risposta definitiva: o sì o no .
E la risposta arrivò.

Fu fissato il giorno: la prima domenica di settembre.
Cominciarono i preparativi. Si moltiplicarono i contatti con la prefettura pontificia. Prima del grande giorno avrebbero dovuto ritirare i permessi nominativi per accedere a Piazza San Pietro. Ci volevano documenti personali validi e recenti. Molti dovettero fare le fotografie per la carta d’identità dopo decenni. Andarono dal barbiere, dal parrucchiere, dal dentista. Tutti comprarono il vestito nuovo.
Per l’occasione pensarono bene di invitare il direttore generale e il direttore sanitario dell’Azienda. Si instaurò così un’utilissima un’alleanza. Erano tante le cose da fare. Il direttore generale avrebbe fatto, come di fatti fece, il volontario accompagnatore, avrebbe dovuto occuparsi come tutti gli altri operatori di alcune persone. Le più bisognose di aiuto .
Dopo il viaggio, le porte dell’Azienda Sanitaria, finchè durò quel direttore, rimasero sempre aperte per il piccolo Centro di Salute Mentale di Troia.

Il sabato, prima del grande giorno, arrivarono a Roma. Vennero contattati telefonicamente in albergo dalla prefettura pontificia. Arrivarono i cinquanta permessi. Che ora non sono più sufficienti. Ne occorrono ancora quattro, c’è il direttore e gli altri amministratori. Vengono concessi.
La domenica mattina, vestiti di tutto punto, entrano in piazza San Pietro e passano un primo sbarramento controllato dalle guardie svizzere. Presentano i permessi, le guardie controllano la strana compagnia e li lasciano passare. Attraverso il varco aperto tra la gente che affolla la piazza superano un altro sbarramento finché arrivano ad una terza barriera e passano anche questa. Cominciano a essere sconcertati, impacciati; non pensavano di andare così avanti. Sempre in mezzo a due ali di folla sono invitati ad andare ancora avanti. Il quarto blocco sta proprio sotto le scale che portano al palco dove siederà il Papa. Presentano i permessi e la guardia svizzera sta per farli andare oltre. Non è possibile! Peppe, capo comitiva, ora è davvero stupito. “E’ sicuro? – dice alla guardia svizzera – ci deve essere un errore”. Chiede che controllino meglio. La guardia svizzera osserva ora con più attenzione quel gruppo così singolare e strampalato; chiede i documenti di tutti, li raccoglie e si allontana. Dopo alcuni minuti torna. È tutto in regola. Possono passare. Salgono le scale e trovano le loro cinquanta sedie allineate alla destra del Papa, a pochi metri di distanza dal trono. A sinistra ci sono delle suore polacche. Assistono a tutta la cerimonia silenziosi, attenti, come sospesi, sotto l’occhio vigile e gentile delle guardie svizzere. Alla fine il Cardinale, assistente del Papa, si avvicina per dire che Sua Santità avrebbe voluto salutare ognuno ma è molto stanco, non riesce a farlo; se però lo desiderano possono andare da Lui.
E così, a uno a uno, si avvicinano, dicono il loro nome e il Papa li accarezza, li ascolta paterno, sembra cogliere tutto il peso della loro storia. Ho visto immagini straordinarie di questo evento. E non posso nascondere di aver avuto un nodo alla gola per la commozione. Che dire di più.

O uno pensa che vuole essere ricevuto dal Papa e allora apre i centri di salute mentale, organizza le cooperative sociali, costruisce reti e relazioni nella comunità. Si mette in gioco per arginare il declino che sembra inarrestabile delle politiche e delle culture intorno alla salute mentale e si batte contro le porte chiuse, la contenzione, l’abbandono, il silenzio.
Oppure si accontenta di quello che passa … la parrocchia.
A Troia decisero di essere ricevuti dal papa.
(nella foto Donato e Karol Woytila)

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