Cosa resta di Basaglia? Considerazioni a seguito di due convegni

di Gloria Barbetta

Quale attualità resta oggi nella riforma psichiatrica attuata da Franco Basaglia a partire dal 1961, quando accettò a soli 37 anni la direzione del manicomio di Gorizia? Quale situazione nazionale accoglie oggi la sofferenza psichica, quando insorge, e le persone si trovano all’improvviso a ‘calcare’ le scene degli ospedali italiani, in una mappa a macchia di leopardo circa il rispetto dei pazienti, che non dappertutto sono trattati come esseri umani, degni di attenzione e cure adeguate, evitando di utilizzare la sofferenza mentale come tema di stigma, quasi ad additare il soggetto che ne soffre, come fosse un argomento di vergogna? A questi interrogativi hanno provato a dare una risposta esperti di vari settori, psichiatri, sociologi, filosofi ma anche disoccupati, sindacalisti e bambini delle scuole al Festival dei Matti, che si è svolto a Venezia dal 16 al 19 novembre e al convegno allestito presso l’università di Gorizia, intitolato “Cominciò tutto nel ’61 quando Franco Basaglia arrivò a Gorizia”, che si è sviluppato il 17 e 18 novembre, in una due giorni dove gli eredi spirituali di Basaglia, un pool di addetti ai lavori italiani e francesi, hanno tentato di dare delle risposte a domande che si scontrano con temi dolenti come il welfare e la crisi economica. Argomenti –questi ultimi- che colpiscono come una scure le famiglie italiane ma anche del resto dell’Europa; problemi indicati dagli esperti che hanno parlato sia a Gorizia che a Venezia come cause determinanti dell’aumento del disagio psichico. E gli accenni alle ‘contenzioni’, i metodi coercitivi per costringere a letto e alla calma i malati particolarmente agitati, non sono mancate al convegno di Gorizia, quando psichiatri che hanno fatto parte dell’equipe basagliana come Domenico Casagrande hanno ricordato parole chiave del ‘medico-filosofo’ Basaglia come la storica frase “E mi no firmo”, ovvero ‘io non firmo’, un chiaro no dell’illuminato psichiatra veneziano alle contenzioni, che, per i non addetti ai lavori sono le cinghie più o meno strette che vengono usate tuttora in alcuni ospedali italiani e case di cura per anziani per gestire pazienti scomodi per la loro patologia. A lanciare il grido d’allarme sulla situazione contingente -in prima linea oggi come allora- il direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste Peppe Dell’Acqua e Franco Rotelli, psichiatra erede spirituale di Basaglia, storico direttore generale dell’azienda sanitaria triestina e membro del direttivo della Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo Franco Basaglia assieme ad Assunta Signorelli, psichiatra responsabile di Diagnosi e Cura dell’ospedale Maggiore di Trieste. “ Quando parliamo di questa storia –ha detto Rotelli riferendosi alla riforma psichiatrica in Italia portata da Basaglia- parliamo di un’infinità di questioni che si sovrappongono. Da Basaglia abbiamo imparato a non etichettare, a non semplificare, a tenere aperta la molteplicità delle questioni. C’è un tema da non sottovalutare: quello del welfare, dei sistemi sanitari pubblici, dell’esclusione che alcuni vivono più drammaticamente di altri. C’è il tema del disorientamento del cambiamento, del rischio sulla propria pelle per mandare avanti una riforma che ha bisogno di nuove regole, di nuove istituzioni che non rispondono ancora ai bisogni delle persone ma che se costruite con intelligenza possono fare qualcosa”. Poi Rotelli ha parlato delle “famiglie che si spezzano: la ricerca di una solidarietà e il continuo rifiuto di una società organizzata per vocazione mercantile, che si oppone alla volontà di essere pari. E ancora il tema della disparità assoluta negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari in Italia, i problemi nelle case di riposo o nelle prigioni”. L’appello di Rotelli a non fossilizzarsi sulle commemorazioni di quello che è stato bensì di guardare alla “drammaticità delle condizioni di vita di alcune persone, alla guerra dei forti contro i deboli” incitava a “dare un segno di civiltà nelle istituzioni pubbliche” e nel portare avanti la “democratizzazione dei servizi attraverso il coinvolgimento della gente passando per una medicina che riesce a misurarsi nelle case, nei condomini, nei quartieri e non solo nelle cattedrali ospedaliere”. La sfida per portare avanti la filosofia basagliana è tuttora aperta: Peppe Dell’Acqua ha aggiunto che “la preoccupazione nella regione Friuli Venezia Giulia per il futuro della sanità non è mai stata così grande: Rotelli ha parlato del pensiero di Basaglia come di una scuola di libertà e di deistituzionalizzazione intesa come un anteporre i bisogni delle persone alle regole. In questo momento i giovani subiscono un attentato alle loro radici etiche, politiche, culturali e scientifiche –ha precisato Dell’Acqua- Siamo preoccupati qui in Friuli Venezia Giulia perché siamo alla vigilia di una rivoluzione del nostro sistema sanitario, che era il positivo frutto della legge 180. Il senso di quella grande rivoluzione culturale di allora è stato portare i servizi vicino alle persone, ora si parla di nuovo di azienda unica, dipartimento di salute mentale unico quando la nostra risorsa era stata quella di lavorare sul territorio rispettandone le specificità. Il quesito ancora aperto è come recuperare oggi nella nostra operatività l’esperienza scientifica acquisita”. E Dell’Acqua ha aggiunto ancora che “la Società Italiana di Psichiatria non dice niente a Cagliari, Bologna e nei posti dove ci sono stati dei morti per le contenzioni, una lista dolorosa in una ricca Europa, dove tutto questo accade dentro i muri psichiatrici, tornati prepotentemente in forma di cliniche private o altre realtà che hanno un aspetto manicomiale”. Assunta Signorelli ha sottolineato che negli anni in cui Basaglia ha lavorato “la centralità della persona veniva agita: nel 2006 ho vissuto la mia esperienza di deistituzionalizzazione all’ospedale ‘Papa Giovanni’, dove mi sono sentita in un cronicario in piena solitudine mentre prima ero abituata a lavorare in gruppo. Occorre ricordare la corporeità delle persone sofferenti, l’impatto dell’incontro dei corpi fra loro e l’ambiente che li circonda. La simmetria tra il corpo della persona sofferente sul letto e il medico che dal suo sguardo la guarda. La pazzia è uno dei modi in cui l’individuo perde la sua libertà diceva Frantz Fanon e Basaglia ha saputo intaccare il mondo dell’ospedale dando riconoscimento della singolarità di ogni persona ricoverata e simmetria tra il medico e il paziente”. Nell’attesa nostalgica del ritorno dei padri ci si ammala di dimenticanza: la sofferenza della società odierna lo testimonia e come questo disagio riverberi su forme di potere è la domanda aperta, lasciata a chi avrà voglia di ascoltare, dei medici basagliani e di tutti coloro che credono nel rispetto di ogni essere umano. Sofferenti di disagi psichici compresi.

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