Grand Hotel TSO

(dipinto di Francesco - un omonimo - che frequenta il Laboratorio Creativo nel Centro Diurno di Aurisina - Trieste)

(dipinto di Francesco - un omonimo - che frequenta il Laboratorio Creativo nel Centro Diurno di Aurisina - Trieste)

E chi se l’aspettava che sarei stato catalogato anch’io come borderline, e mi avrebbero affibbiato sulla fronte madida l’infame marchio di TSO. … le tappe che mi avevano condotto a essere uno dei più inutilmente colti e giovani villeggianti presso il Grand Hotel TSO erano state rapide e tempestate di fraintendimenti. Di sicuro non era stato d’aiuto aver parlato per due giorni come un illuminato ne la gran foga di comunicare queste mie idee geniali e ironiche alle persone care che avevo intorno, tanto meno il condimento di generosi spinelloni a tutte l’ore e il training autogeno e collettivo con tanto di catena di mani per imbrigliare in un triello d’energia le preoccupazioni di mia madre e del suo compagno.In buona sostanza ero tutto proiettato verso il lato intellettuale, spirituale persino, e ai bisogni primari del corpo, financo volgari, non davo che un’attenzione minima, a esser generosi. Mangiavo poco e solo di fronte agli altri per rassicurarli; bevevo che avevo incaricato un’amica di ricordarmelo; dormire poi, capitemi, una gran fatica prender sonno quando c’hai tutto il mondo da cambiare e ti sembra di aver trovato la chiave che apre virtuosa millemila porte della conoscenza. Del senno di poi son pieni i fossi, si dice, e io avevo sottovalutato la violenza umiliante del castigo, a fronte di un delitto che mi appariva così poco delittuoso: non faccio male agli altri, il peggio che faccio a me è perdere qualche ora di sonno o qualche chilo di nervoso. Quando mi risveglio in ospedale, nel cuore di una notte agitata, sono le cinque e sono completamente solo, legato al letto per i quattro arti, mentre una quinta cintura mi àncora l’addome al letto. Non posso che far sentire la mia voce per reclamare l’attenzione di qualcuno, prima piano, poi sempre più forte, finché quasi grido e si palesa un infermiere, contrariato che non me ne stessi buono buonino crocifisso al letto, come un cristo dei tanti, accettante di buon grado la mia condizione disumana. In un flash mi tornano alla mente le scene de La meglio gioventù sulla rivoluzione antipsichiatrica e penso ma tutto questo non si può fare, Cristo!,  non c’è stato un Basaglia di mezzo? Il Basaglia in questione c’è stato davvero, trent’anni fa, ma a quanto pare di pazzi e di modi di trattarli ne sapevo poco pochissimo e ero destinato a saperne di più, volente o nolente, nelle settimane a venire. L’infermiere mi tratta malino: non è previsto che abbia sete o bisogni corporali, né è previsto che sia lui a slegarmi senza il previo benestare di un nobile camice bianco. Mi rifornisce di acqua e di un pappagallo, lascia la porta aperta, e iniziano le cinque ore più allucinanti della mia vita. Lucidissimo, mi tocca aspettare le dieci del mattino prima che uno de los caballeros blancos permetta di slegarmi, un pezzo per volta, con l’umiliante do ut des del prendere qualche pillolina colorata, per far tutti contenti. I primi giorni vengo addomesticato a dosi equine di Valium (e simili). E sotto Valium (e simili) il cervello funziona con qualche sinapsi in meno, come ho letto chiaro e tondo sui volti degli altri compagni di sventura. Ho ricordi confusi di quei giorni, ricordo un quinto delle visite di mia madre, ricordo di aver scritto alcune cose solo rileggendole…

E dire che fino a poco prima non ero altro che un santone in pace con se stesso, con il creato e le creature, in grado di sparare shuriken d’amore taglienti e infuocati a chiunque capitasse a portata di shuriken. E invece bussano alla porta e intimano gioviali: “118, ci apra cortesemente”. Un cortesemente in genere non apre tutte le porte, men che meno nell’industrioso nord-est, ma io ero buono, bravo e ubbidiente e tutta la mia volontà si fondava sul fermo proposito di rimanere barricato nella casa-fortino, ben protetto dal mio portone di cartone, ben bene fissato al muro da una serratura che ha più da spartire con una cantina che con un rasserenante ambiente domestico. Intanto il campanello suona irrevocabile e categorico a reclamare un’attenzione proporzionata al dispiegamento di mezzi. Mi risolvo a farli entrare quasi tutti: i due poliziotti e frotte di infermieri. Faccio accomodare tutti, provo a tranquillizzarli, ma mi vogliono in ospedale, solo la prospettiva di orizzontalarmi li mette cheti e per finire mi fregano con la responsabilità di salvare il mondo, sì, ma anche di salvare il prossimo mio: Francesco, bimbo bello, e se qualcuno si sentisse male e tu, salvatore di mondi, tenessi occupato tutto questo gran dispiegamento di mezzi? Mi hai fregato con le mie stesse armi, amico ambulanziere, e li seguo, dunque, di buon grado, in questa specie di sequestro legalizzato. Simpatizzo col poliziotto, chiacchiere e battute, mi rassereno persino un poco, sempre convinto che con le parole ci si capisca, ci si possa intendere.  In ospedale mi relaziono con due medici: un ricciuto cinquantenne algido come un ghiacciolo e una giovane specializzanda, ben truccata, altrettanto gelida. Il primo dispone un TSO per me sotto i miei stessi occhi, quegli stessi che gli chiedo di fissare per rassicurarmi, per farmi sapere che in quel momento è proprio la migliore soluzione per me. Il doc non ce la fa, distoglie lo sguardo, provo a mettergli pressione con parole truci e non la regge. Andiamo bene, mi dico, non sono in mani amorevoli e comprensive, ma sto per esser curato a cocktail di psicofarmaci. Mi stendono e mi legano al letto come un pericoloso criminale o per non saper né leggere né scrivere. Per me è un mezzo trauma, ma chissenefrega. Quando il giorno dopo mi liberano, stendo sul letto i miei vestiti a riprodurre la sagoma e con le calze cerco di rendere l’idea dei lacci che mi legavano, ci aggiungo un fumetto in inglese: “Help me! I’m not unsane!” e un cartellino esplicativo dell’opera: Democracy, Italy 2013. Zero reazioni. Ero ancora convinto che il tutto sarebbe finito presto e con gran spreco di scuse. Illuso. A furia di essere trattato come un malato di mente ti convinci un po’ anche tu, di avere qualcosa di sbagliato nella testa. Alla prima settimana ne era seguita una seconda, senza che nessuno urlasse, in piena epifania, Ehi ragazzi, mi sa che abbiamo fatto una puttanata (stiamo segregando un sano). Tutto ciò era disdicevole, ma soprattutto era lontano dal concetto di ‘cura’.

Si sta come le patate nella bacinella d’acqua (patate siamo noi, acqua sono gli psicofarmaci: sveglia-mangia-dormi-mangia-dormi-mangia-dormi più “terapie” e altri farmaci a pioggia). Se le patate cercano di uscire dall’acqua ti ci ricacciano la testa sotto con una certa intensità. Quello che dovevi fare era fare la patata nella bacinella d’acqua, meno rompi i coglioni, meno ti mostri sveglio e attivo e più si avvicinano le agognate dimissioni.

(luglio 2014)

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3 Commenti a “Grand Hotel TSO”

  1. Mi piacerebbe conoscere l’autore di questo testo. Grazie.

  2. Ciao Agata, sono Francesco. Sto cercando sponde per intentare, anche grazie alle testimonianze di molti compagni di calvario che ho conosciuto, una causa legale all’ospedale e ai medici “curanti”. Questa è la mia mail: francesco.ivan.andreani@gmail.com.

  3. caro francesco mi chiamo eleonora (girlblu) scrivo dalla verde e riposante umbria vivo nella molto massonica e provinciale perugia, dove tre anni fa , ho subito il mio primo TSO. l unico tso di tutti i miei 37 anni. ho scritto anche io la mia esperienza allucinante in un libro e anche io ho sparato denunce a destra e sinistra: direzione asl , procura, ospedale con il risultato di vederle tutte archiviare una dopo l’altra. uno scempio. però tu provaci e vai fino in fondo con un buon avvocato che gli fumino le palle e possibilmente (difficile in questi casi) non corrotto . ciao

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