L’atto che apre Basaglia è lo sguardo. Dove arte, scuola e cura tornano a generare presenza
Era il 25 febbraio 1973, esattamente 53 anni fa, quando Marco Cavallo, un enorme cavallo di cartapesta azzurro come il cielo, varcò le porte dell’Ospedale psichiatrico San Giovanni e in un corteo festoso di dottori, pazienti, artisti, studenti e cittadini incontrò la città di Trieste e il mondo di fuori. Ce lo ricorda MariaElena Leone, attrice e regista, con alcune riflessioni sull’importante ruolo del teatro, della scrittura, dell’arte in generale nel far sì che scuola e cura “tornino ad essere luoghi di rinascita, metamorfosi e scoperta”.
Ci sono momenti in cui una comunità è costretta a interrogare il proprio sguardo.
Accade quando scuola, cura e arte si allontanano dal custodire e dal riconoscere l’umano nelle vite e nelle voci che vacillano fino a spegnersi.
In questa distanza il mondo rischia di perdere ancora una volta il suo volto.
Nel 1973, a Trieste nel padiglione P, lo sguardo di Franco Basaglia, delle persone ricoverate, degli operatori e degli artisti, tra cui Vittorio Basaglia e il drammaturgo Giuliano Scabia, trovò forma e per due mesi, lavorarono fianco a fianco alla nascita di Marco Cavallo, un grande cavallo azzurro di cartapesta, vasto come un cielo possibile, con nella pancia lettere, desideri, frammenti di sogni che chiedevano ascolto.
Il 25 febbraio 1973 quell’azzurro attraversò le porte del San Giovanni e si offrì alla città, con un gesto che rese visibile ciò che era stato escluso e restituì all’umano la sua misura più fragile e, dunque, più alta.
Ed è da questo atto, lo sguardo che rende visibile, che possiamo ri-guardare ai luoghi in cui oggi si decide il destino dell’esperienza umana: la scuola e la cura.
Luoghi attraversati da una tensione crescente, da un futuro che non promette, da un linguaggio che si è impoverito, da un’immaginazione che si è ritratta. Luoghi in cui ciò che non viene accolto straripa e incrina le forme della convivenza, i corpi si irrigidiscono, si preparano, si armano. Ci sono ragazzi che non reggono al dipanarsi delle loro vite, consegnati a condizioni sociali, economiche e umane che li hanno già privati del necessario prima ancora che potessero rivendicarlo.
I luoghi dell’educazione e della cura, progressivamente allontanati dal loro asse della relazione e spinti l’uno verso il nozionismo e l’altro verso la procedura, hanno smarrito la funzione originaria di formare questo sguardo e restituire a ciascuno la possibilità di comprendere e abitare l’esistenza.
A questo si aggiunge un’informazione dominante che, invece di interrogare il contesto che li ha feriti, preferisce sollecitare controllo e allarme proprio là dove servirebbero più formazione e meno semplificazione.
Dallo sguardo attento di chi accompagna, si rivela nei ragazzi l’urgenza di essere accolti e riconosciuti (incontrati), per dare un nome alla propria vocazione e lasciarla entrare nel proprio passo.
“Voglio che riusciamo a vedere come ciò che fanno e che patiscono i bambini abbia a che fare con la necessità di trovare un posto alla propria specifica vocazione in questo mondo. I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente, la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo a cui sono nati. L’immagine di un intero destino sta tutta stipata in una minuscola ghianda, seme di una quercia enorme su esili spalle. E la sua voce che chiama è forte e insistente e altrettanto imperiosa delle voci repressive dell’ambiente. La vocazione si esprime nei capricci e nelle ostinazioni, nelle timidezze e nelle ritrosie che sembrano volgere il bambino contro il nostro mondo, mentre servono forse a proteggere il mondo che egli porta con sé e dal quale proviene.” (James Hillman, Il codice dell’anima).
Perché scuola e cura tornino a essere luoghi di rinascita, metamorfosi e scoperta, occorre restituire all’arte la sua voce, che chiama ragazzi e adulti oltre il manuale e dentro l’esperienza.
Senza arte si producono inevitabilmente distorsioni: si interviene con la clinica quando il danno è già iscritto nei corpi e nelle storie. Per uscire da questo scarto occorre spostare lo sguardo dai sintomi da contenere alle condizioni da trasformare. Il sintomo, dopotutto, è la forma che assume la domanda che non poniamo, e alla quale ciascuno risponde con il proprio corpo e con il proprio comportamento.
Quale parte dell’umano abbiamo lasciato indietro, quali verità rifiutiamo di vedere, che cosa abbiamo sottratto perché le vite possano fiorire, come se il loro fiorire non ci riguardasse, come se potesse accadere senza di noi?
In particolare teatro e scrittura, che nei contesti di cura e di formazione, secondo la mia ricerca, non si affiancano ma si implicano reciprocamente fino a configurarsi come un’unica pratica, diventano imprescindibili per la formazione dello sguardo: la pratica del teatro apre lo spazio della relazione; quella della scrittura lo raccoglie, lo elabora e ne custodisce la traccia perché nulla, davvero nulla, può fiorire senza di noi.
È quanto ho potuto osservare nelle scuole di periferia, nelle faglie del disagio educativo, nei teatri, nei centri di salute mentale e in tutti quei luoghi e non‑luoghi che chiedono cura.
“Il teatro è un luogo di trasformazione, non di rappresentazione (…) ed ha un significato solo se ci permette di trascendere la nostra visione stereotipata (…) per scoprire noi stessi” (Jerzy Grotowski).
In un tempo in cui il malessere di giovani e adulti dilaga e si tenta di contenerlo con protocolli e dispositivi emergenziali, il Teatro e la Scrittura restituiscono uno spazio in cui ciò che accade può essere attraversato e trasformato, offrendo la possibilità di essere visti, ascoltati, riconosciuti.
Nei tempi di crisi emerge così la visione tradita: quella che ha separato scuola, cura e formazione, spezzando l’unità dell’esperienza e relegando l’arte ai margini. È questa frattura che oggi chiede di essere ricomposta, riconoscendo nell’arte, nel teatro e nella scrittura parti irrinunciabili della vita comune.
Franco Basaglia intuì che la liberazione dai manicomi non potesse compiersi senza un gesto pubblico. Non bastava aprire i cancelli: serviva un “cavallo” che, rompendo il copione istituzionale, rendesse visibile la verità nascosta. Quel cavallo è il teatro, che porta la cura dentro la polis, trasformandola in partecipazione e democrazia.
Il cavallo portato in piazza è stato un gesto teatrale nel senso più radicale, non una messa in scena: ha incarnato il cambiamento, lo ha agito e reso visibile.
Portare Basaglia nelle università senza la sua voce e senza il suo gesto d’amore è parlare di giustizia senza ascoltare chi ne è stato privato.
Con quell’atto Franco Basaglia e Giuliano Scabia ci ricordano che la cura e la formazione non sono procedure, ma presenze; e che il teatro non è uno strumento terapeutico, ma un luogo di relazione che rende visibile l’umano in ciò che sfugge alla diagnosi e che chiede ascolto.
Con gli occhi bene aperti, ci raggiunge il volto dell’altro, incrina l’ordine che l’aveva escluso e apre un divenire più alto, capace di trascinare con sé la Bellezza di tutti.
Nel teatro e nella scrittura, scuola, cura e arte ritrovano lo sguardo che rivela.
La comunità è chiamata a scegliere se restare spettatrice o farsi parte di quel gesto, perché torni a fare luce.
MariaElena Leone
Attrice, autrice, regista e pedagoga
della Compagnia Teatro del Mare, Taranto
