Voglio raccontare l’esperienza di una mattinata trascorsa assieme in un gruppo, uno di quelle mattine che sembrano semplici e invece ti restano dentro nell’anima a lungo e profondamente.
A Sgonico, in un comune del Carso, un tavolo rotondo di grande dimensioni, dentro ad una bella cantina, rustica ma elegante. Al centro, una cesta piena di lavanda appena tagliata. Intorno, donne. Per lo più donne. Di età diverse. Mani diverse. C’è chi ha le mani vissute nel lavoro dei campi, chi sulle tastiere, chi con i figli. E poi ci sono le forbici, lo spago, e, in un’altra cesta, tanta bella stoffa, scarti di tessuti vari: un pezzo di lino di una vecchia tovaglia, un cotone fiorato di un vestito di una bambina che ormai è grande, un pezzo di jeans, molti pezzi di stoffa jeans, che a me piace molto.
Tagliamo i fiori di lavanda, li prepariamo, li sbricioliamo con le mani, e confezioniamo con i ritagli di stoffe, a mo’ di patchwork, piccoli sacchetti profumati di varie forme, di animaletti, casette, e di varie dimensioni.
Sembra poco. Invece è tutto. E’ il mondo intero. Pace. Serenità. Umanità. Cio’ di cui abbiamo tanto bisogno tutte e tutti. E non è poco, ma basta poco per creare questa atmosfera.
Perché la prima cosa che succede è il percepire il profumo. Quando tagli la lavanda, ti resta il profumo sulle dita. Un profumo intenso, pulito, che ti entra nel naso e nell’anima e ti calma, ti rasserena. Già solo questo è cura. È aromaterapia. È la pianta che ti dice: ci sono, sono qui, respira assieme a me.
Poi c’è il fare. Il gesto ripetuto. Taglia, togli lo stelo, sbriciola, metti nei sacchetti, chiudi con un nastrino. È un gesto antico, meditativo. Non devi correre. Non c’è prestazione.
Nessuno ti giudica se il tuo sacchetto è un po’ storto, se è più grande, più piccolo. Ogni sacchetto è diverso, come ogni mano che lo fa. E mentre le mani lavorano, la testa si acquieta.
L’ansia, che spesso mi sta appiccicata addosso, in quei momenti si abbassa. Perché sono occupata a fare una cosa concreta, bella, che ha un inizio e una fine.
Ma un’altra cosa importante è la seguente ed è per questo che dico che tutto nell’insieme è salute.
Mentre le mani tagliano, le bocche si aprono. E non per parlare del nulla.
Succede che una dice: “Questa lavanda mi ricorda quella che aveva mia nonna davanti a casa”. E un’altra: “Io la mettevo nei cassetti quando mi sono sposata, nel corredo”. E un’altra ancora: “Mio figlio non dormiva, e io gli mettevo un sacchettino così sotto il cuscino”.
E allora il ricordare elementi, attimi di vita personale, diventa condivisione. E la condivisione diventa racconto di vita vissuta. E il racconto di vita diventa punto di vista sul mondo, modo di stare al mondo, esserci ed essere-con.
In quel cerchio di donne non si fa solo un lavoro manuale. Si fa storia orale. Si fa memoria collettiva.
Si dice: io ho vissuto questo, io ho sofferto questo, io ho gioito per questo. E l’altra ascolta. Senza interrompere, senza correggere, senza mai giudicare.
È lì che capisci che il fare assieme è cura dell’anima.
Perché noi, soprattutto noi donne, soprattutto noi persone che abbiamo attraversato un disturbo psichico, abbiamo bisogno di luoghi dove il nostro ricordo valga. Dove la nostra esperienza non sia chiamata “scarto” o “sintomo”, ma sia chiamata “vita”.
Io che sono schizofrenica, quando sono in quel gruppo, non sono “la paziente”. Sono quella che sa fare bene il fiocco. Sono quella che ha trovato un bel pezzo di stoffa blu. Sono quella che si ricorda come si cuciva una volta alla scuola elementare a mano.
Agli occhi di tutti sono persona competente, persona che porta qualcosa, persona che ha da dare.
E questa è salute. Non è la salute dei parametri, non è solo la salute delle medicine – che pure servono, e come. È la salute più larga, quella che la Legge 180 ci ha insegnato: la salute fatta di come stare bene con gli altri, come avere un posto nel mondo, come sentirsi parte di un gruppo.
In quei sacchetti di lavanda c’è tutto questo. C’è lo scarto che diventa risorsa – un pezzo di stoffa che sembrava da buttare diventa un piccolo contenitore prezioso, proprio come a volte ci sentiamo noi: scarti, e invece possiamo diventare altro.
C’è la lentezza contro la fretta del mondo.
C’è il profumo che resta nelle mani anche dopo, quando torni a casa, e ti ricorda che sei stata con altre persone e non sei stata sola.
Per questo credo che queste attività siano attività terapeutiche nel senso più alto del termine: tengono insieme fare, ricordare, stare assieme.
Quando il ricordare assieme e il fare assieme diventano cura dell’anima, allora stiamo facendo salute mentale davvero. Quella che non si fa mai dentro un ambulatorio, ma dentro un portico, intorno a un tavolo, con la lavanda tra le mani.
