narrare21 giugno 2012, Trieste, impazzire si può

(tra le quasi 400 persone convenute nel Parco di San Giovanni, una di loro ci invia il seguente, personalissimo, resoconto)

Il titolo dell’evento suona quasi come un mantra,uno slogan, un auspicio; fila liscio, senza incepparsi, ma lascia una scia dal significato inequivocabile: impazzire si può, ci è concesso, ci viene data questa possibilità.

La cosa che colpisce- l’anno scorso e, immutato, quest’anno- come primo impatto, è che i professionisti della salute, quelli che offrono la loro professionalità a coloro che ne necessitano, sono un unicum, un miscuglio paritario, dove non è possibile nascondersi dietro al ruolo.

Questo non significa imbroglio o finzione: c’è comunque un’evidenza estetica tra chi deambula sbilenco- in questo momento, mentre sono seduto su una panchina all’ombra e scrivo col mio ipad, c’è un signore che sale una scalinata a quattro zampe e chi parlotta forbito, solo che questo non crea una distinzione netta, come succede ogni momento nel contesto sociale di tutti i giorni, tra chi sa, e chi subisce quel sapere. La sensazione che si respira è quella della libertà di essere ciò che si è, senza venirne penalizzato.

Oggi è una giornata caldissima, afosa, di molto superiore ai 30 gradi. Ho deciso, nella follia che mi abita, di venire in bicicletta. L’ho caricata in treno, e ho raggiunto il parco del dipartimento dopo essermi perso per le vie in salita di questo forno cittadino. Sono arrivato che sembravo uno zombie sudato: grondavo letteralmente sali minerali, e avevo un’espressione allucinata. Non ho più l’età, nemmeno il fisico, benché lo spirito, un po’ cafone, l’abbia evidentemente negato.

Mia figlia ha gli orali di terza media nel pomeriggio e questi giorni sono stati un vero e proprio intermezzo della logica e della sapienza. Credo di aver dipinto in viso una smorfia di follia, ma qui m’importa meno. Qui, come fosse una sorta di woodstock delle relazioni umane, sono perfettamente a mio agio.

C’è chi teorizza che una maggior vicinanza relazionale taglierebbe in modo netto il disagio di vivere.

Mi sento vicino a questa teoria, immerso come sono, nella sua dimostrazione pratica.

Nel pomeriggio molti interventi. Peppe Dell’Acqua parla poco ma dice molto. Esordisce dicendo che pur pieno d’emozione, non consentirà a questa di fregarlo- l’accenno riferito all’anno scorso, quando fece un collasso in sala-, e continua dicendo che in quel momento, comunque, sentiva di amare tutti i presenti.

Lella Costa dopo di lui, parla, cita, recita, ma soprattutto si commuove e piange: ma non di tristezza, di dolore, quanto piuttosto di una gioia semplice: quella di sentire quell’energia, di potersene far investire senza temere nulla.

E poi molti altri, pazienti con storie durissime, psichiatri, operatori vari.

Tutti raccontano dolore, ma soprattutto l’uscita da questo. Perché è possibile, probabile.

Ma non si pensi a un ambiente triste, chiuso, claustrofobico; anzi, racconta di eccellenze sparse, rare, ma non impossibili.

E soprattutto racconta che impazzire si può.

Cristiano Prakash Dorigo

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