Il trionfo di Marco Cavallo   Corriere-0001di Gianfranco Capitta

Nello stabile romano l’occupazione continua nonostante le istituzioni tentino di far sgomberare la platea. E c’è una proposta: lanciare una Fondazione Un centro italiano per la nuova drammaturgia, simile a quelli di tutta Europa: è questa l’idea cardine per ridisegnare la fisionomia del teatro. Una chance per gli artisti che possono trasformarsi in una «comunità responsabile» 

Dopo qualche settimana, l’occupazione del Teatro Valle comincia a produrre non solo simpatia, presenze, attenzione e solidarietà, ma progetti di tutto rispetto che possono diventare patrimonio comune e avanzato di tutto lo spettacolo italiano. Ieri in una conferenza stampa stracolma, è stato avanzato un disegno che nella sua assoluta «semplicità» può rivelarsi fertile e magari esplosivo per lo stagnante pensiero delle istituzioni teatrali italiane.

L’idea è quella di far diventare il Valle, con la sua storia di tre secoli, la sua perfezione tecnica, e la proprietà pubblica (passata ora dal demanio statale ex Eti a quello comunale) il centro italiano per la nuova drammaturgia. Elementare Watson, direbbe Holmes. E anche geniale e necessario. Peccato che gli interlocutori e i responsabili ufficiali ci metteranno un po’ a capire cosa sia, ma chissà se saranno in grado di fare uno sforzo.

Centri del genere esistono in tutti gli stati europei: a Londra è la Royal Court, semi privato ma finanziato dal governo; a Parigi il Théâtre de la Colline (ma non solo) che rientra tra le grandi scene nazionali pubbliche; a Berlino la Schaubühne, gestione «privata» ma finanziata con diversi milioni di euro (e controllata) dal senato della capitale tedesca. Proprio da Thomas Ostermeier, direttore poco più che quarantenne del teatro berlinese dove sono diventati patrimonio europeo autori come Mark Ravenhill, Sarah Kane, Martin Crimp, Biljana Srbljanovic, Jon Fosse e Marius von Mayemburg (che vi lavora stabilmente), è arrivato il primo messaggio di totale e assoluta solidarietà al progetto. La «necessità» di un luogo di confronto e sperimentazione, dove le diverse generazioni teatrali e i loro esponenti con i loro peculiari patrimoni individuali, si confrontino e possano crescere, è quasi scontata. Più difficile anche solo da capire per la macchina burocratica che governa il teatro italiano, dove ormai sembrano contare solo i favori e le emanazioni della politica, a parte qualche meritoria e disparata eccezione.

Il governo e ora il comune di Roma, non hanno saputo finora rifugiarsi che dietro lo schermo dei fatidici bandi pubblici, come non sapessero quanto siano un terreno di aggiramento e corruzione che non servono neanche le intercettazioni telefoniche a smascherare (perfino la cosiddetta P4 non disdegnava di occuparsi di «cultura» e istituzioni annesse, o attribuende). L’ineffabile sottosegretario Giro, dopo aver sfidato il ridicolo denunciando chissà quali inadempienze igieniche dentro il Valle occupato (ma quali teatri e teatranti sarà abituato a frequentare?) ora si trincera dietro la necessità dei fatidici bandi, come del resto il sindaco Alemanno che ha scritta sul volto l’inadeguatezza a gestire la situazione. L’affidamento precipitoso al Teatro di Roma per due anni, suonerebbe perfino ironico se non fosse tragico: un ente che non è riuscito a occuparsi di sé e delle proprie attività garantite da finanziamento pubblico negli ultimi anni, passando da gestioni (si fa per dire) «di sinistra» a quella di destra come l’attuale.

Difficile che non avendo voluto neanche affrontare la gestione banalissima dei teatri di cintura (due in dirittura d’arrivo per la chiusura dell’attività, il terzo quello del Lido mai recepito benché finanziato), come può pensare di assumersi una sala tanto prestigiosa che fa il doppio dell’Argentina, se non come sfogo ulteriore per la teatralità retorica del suo direttore Lavia, mentre corrono voci bruttissime su un abbandono (per incapacità manifesta o per miraggi speculativi) dello spazio dell’India? La più «misurata» delle controparti sembra proprio il ministero di Galan, che forse in uno scatto d’orgoglio potrebbe non dispiacersi di avere una sede teatrale di prestigio internazionale, per di più partecipata dalle forze vive dello spettacolo italiano, senza ammiccamenti alla televisione e ai soliti favori di logge e salotti.

Quello della gestione è evidentemente il punto più delicato. Le amministrazioni pubbliche possono al massimo arrivare a prefigurare un ente (che da noi si trasforma presto in carrozzone, da far rimpiangere quelli antichi democristiani); dal Valle Occupato ieri mattina è stata lanciata con forza la proposta della fondazione. Un istituto che mantenga in mano pubblica il 51% della proprietà, ma che garantisca nella sua gestione e direzione la pluralità delle molte energie positive (già famose o che lo diventeranno) che al Valle in queste settimane si stanno misurando. Ci sono esperti di valore che stanno lavorando al progetto, che dovrà garantire non solo il carattere plurale ma anche la garanzia di avvicendamento delle responsabilità. E poi un polo di formazione tecnica oltre che interpretativa; una sperimentazione di equità delle paghe e della politica dei prezzi. In teatro non è pensabile l’assemblearismo continuo che sembra preoccupare il solo Giro, ma si può organizzare un processo fecondo di crescita collettiva, dove alcuni si prendano responsabilità (e meriti) da discutere e verificare con gli altri. L’importante sarebbe dare per una volta fiducia davvero a qualcuno (o una generazione) sentendo il parere dei molti interessati. Ostermeier a Berlino è stato nominato trentenne (e gli attori soci avevano in media il doppio della sua età) e ha rilanciato la Schaubühne come cuore europeo del teatro, anzi disseminando quella fertilità sulla danza e sulle altre arti sorelle. Ci vuole coraggio certo, ma la chance offerta dagli artisti che occupano il Valle è troppo preziosa perché istituzioni pigre (o corrotte) se la lascino sfuggire.

(da Il Manifesto)

In allegato l’articolo del Corriere

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