La lettera, sottoscritta da 150 medic*, denuncia con parole amare lo stato dell’arte della sanità in Lombardia. Che poi non è così diversa da quanto è accaduto o sta per accadere in tutte le altre regioni italiane

“Questa settimana è iniziato l’evento Bergamo Brescia città della cultura italiana 2023. C’è un bellissimo video di presentazione che si apre con due immagini emblematiche: la processione dei carri dell’esercito che portano via le salme da Bergamo e l’ospedale Civile di Brescia illuminato dal tricolore. Siamo a marzo 2020. Inizia probabilmente la pagina più buia della sanità italiana. L’ospedale Civile in pochi giorni verrà stravolto e diventerà il più grande ospedale Covid del mondo. Assisteremo al crollo della medicina territoriale. I medici di base abbandonati a se stessi, senza indicazioni né presidi. Intere zone prive di riferimenti sanitari, con i cittadini che si riversano sulle strutture centrali già in sofferenza. Assisteremo al vero volto della sanità privata, che cerca di trincerarsi e non perdere produttività. Ci vorranno 20 giorni e una ricca offerta economica prima che aprano i cancelli ai malati Covid. E assisteremo al crollo del Servizio Sanitario Nazionale. Che trabocca di malati, che non ha posto e ossigeno per tutti, che non è preparato, non ha i mezzi, le strutture e le persone. Anni di tagli e mortificazioni, di scelte scellerate, che in questa regione hanno lo stesso colore da almeno 30 anni e vedono incredibilmente ancora ben saldi i principali protagonisti degli eventi che sto raccontando. Se siamo qui oggi, a raccontarcela, se il sistema ha retto, è grazie al personale sanitario, che non ha mollato il colpo per cercare di salvare tutti. La politica non c’era o faceva danni, questo lo stabilirà la magistratura. Mentre i medici, gli infermieri, i tecnici e gli oss non arretravano di un passo davanti allo tsunami, lavorando in condizioni paragonabili ad un ospedale di guerra, senza conoscere orari, riposi o la minima sicurezza.

Sono 379 i medici morti di Covid. Fra tutti, ricordo Gino Fasoli, bresciano. Un medico di base in pensione, richiamato in servizio per aiutare a coprire i colleghi malati. Gino è morto, il 21 marzo 2020, di Covid. Ma nonostante tutto questo, abbiamo sacrificato la nostra vita personale, affettiva e familiare, perché questo è il nostro lavoro. Questa è la nostra etica. Che va bene in una situazione di emergenza, ma non può e non deve essere considerato uno standard. La risposta della politica è stata quella di consolarci e rabbonirci con la retorica dell’eroe, ma poco o niente è stato fatto per aiutarci realmente nè per porre rimedio alle paurose crepe che abbiamo davanti. Tra i cocci che ci sono rimasti dopo 3 anni, emergono le spaventose liste d’attesa e il drastico peggioramento delle nostre condizioni lavorative. Ancora oggi i turni di lavoro sono al limite della legalità, mancano le ferie e i riposi, per sopperire alla carenza di personale. Negli ultimi 3 anni, 21 mila medici hanno abbandonato il SSN, si stima che quasi 100 mila lo faranno nei prossimi anni. La retorica dell’eroe, dicevamo, pulirsi la coscienza con le monete da 2 euro e le statue, sono solo un balsamo effimero per romantici creduloni, ma non possono compensare il pesantissimo prezzo che paghiamo nelle nostre vite. Una collega anonima racconta che per 4 giorni di fila non è riuscita a vedere i propri figli da svegli, fino ad un pomeriggio in cui crolla piangendo sul letto. E la figlia di 5 anni la abbraccia e la rincuora “andrà tutto bene”. Ma questo non è giusto, non è umano. Perché il nostro è un lavoro e non una missione. È una professione che ci pone a contatto continuamente con la sofferenza, il dolore e la morte. Per gestire tutto questo, anche emotivamente, e lavorare meglio, abbiamo bisogno di dedicare tempo alla vita: la nostra. L’università di Milano Bicocca ha stimato che il 72% dei medici italiani è in una condizione di burn out, ansia o depressione. Ma nessuno ci aiuta. Nessuno ci ascolta. Siamo rimasti da soli. E mentre si cerca di coprire la falla con medici gettonisti, non specialisti, non controllati e strapagati, agli ospedalieri si chiede sempre di più: turni oltre l’orario di servizio, ambulatori aperti a oltranza, recupero e addirittura aumento della produttività rispetto al pre Covid. I pazienti non si sentono seguiti, non trovano spazio, si riversano nei pronto soccorso sempre più affollati, crescono l’esasperazione e la tensione. È ora e tempo che la politica si assuma le proprie responsabilità e risolva questo dramma. Non lo chiedo per me. Fatelo per Gino, e per i medici aggrediti, per tutti i medici che ancora credono nella sanità pubblica e stanno cercando di sopravvivere. Fatelo per tutti i malati che non riusciamo a curare adeguatamente e per tempo. E in fin dei conti, fatelo per i 45 mila morti di covid in questa disgraziata regione, che un po’ glielo dovete.”

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