Quelli accaduti a Muggia, cittadina rivierasca poco distante da Trieste, sono fatti tragici. Una mamma ha ucciso il proprio figlio di nove anni.
La donna è una cinquantacinquenne ucraina, con alle spalle una separazione molto conflittuale «Era seguita da un Csm», si sono affrettati a scrivere i giornali. Notizia per altro molto approssimativa e di fatto non vera. Secondo Peppe Dell’Acqua, psichiatra arrivato nel capoluogo giuliano cinquant’anni fa per seguire Franco Basaglia nel suo sogno di deistituzionalizzazione, queste vicende non possono essere ridotte alla malattia. Mentre ci parlano molto di disuguaglianze, di povertà, di solitudine, di totale assenza di legami sociali. Le assistenti sociali del comune di Muggia la conoscevano bene questa donna. Attente, erano diventate il suo “riferimento familiare” quasi quotidiano. “Come accade nella presa in carico di situazioni così difficili e tossiche il servizio sociale si raccorda con il centro di salute mentale per consultarsi e offrire anche un sostegno quando la sofferenza di questa donna si faceva più acuta e pretendeva un aiuto psicologico», racconta, dopo aver parlato con chi la conosceva. «Ma non aveva una diagnosi psichiatrica, tanto meno severa. Stiamo parlando della miseria che avanza, di disuguaglianze sociali, di lavoro povero. È una tragedia dolorosa che appartiene all’umano. Che ci appartiene».
Una madre che uccide il proprio figlio è qualcosa che vorremmo non accadesse mai, è innaturale, sconvolge le nostre certezze: la figura che per natura dovrebbe proteggere si fa carnefice. Ma, purtroppo, è un dramma che non è nuovo nella storia dell’uomo e la cui responsabilità non può essere ridotta alla presunzione della malattia mentale, che finisce per costituire un alibi per allontanare da noi, come dire questo non mi appartiene, sono al sicuro. «Mi viene da chiedere: da quale servizio di salute mentale era seguita Medea?», dice Dell’Acqua. «Si tratta di un evento terribile, ma non accetto più che si dica “ era seguita dal Csm, c’è la malattia, come se la malattia presunta fosse il solo colpevole, la sola causa da indagare». In queste ore, lo psichiatra si è informato sulla vita della donna, che aveva sempre trovato lavori precari che la facevano stare male, che non riusciva a tenere. La condizione di insopportabile sofferenza era tutta nella concretezza di questa vita, nella tensione senza fine nelle relazioni con l’ex marito, dall’esclusione, dalla miseria delle relazioni. «Stamattina, leggendo il giornale, questa vicenda mi ha colpito al cuore», commenta Dell’Acqua, «ma non è rilevante che fosse seguita dal Csm o meno». Trieste è la città della deistituzionalizzazione, della chiusura dei manicomi e della liberazione dei “matti”. Per questo motivo, da più di cinquant’anni, oltre alle lodi per il modello di salute mentale, arrivano anche le polemiche. «Sono anche stufo di dover sfatare da sempre l’abbinamento tra disagio psichico e pericolosità sociale», conclude lo psichiatra. «Certi eventi, in tutti questi anni, potevano avvenire in ogni parte d’Italia, ma se succedevano a Trieste era sempre colpa di Basaglia. Anche oggi, sento le notizie alla radio, le leggo sui giornali. Si dice “Era seguita da un Csm”, una sentenza senza appello, come se questo negasse la storia, cancellasse la ricchezza dei sentimenti, delle passioni, dei conflitti, della rabbia, dei fallimenti, che sono dentro di noi . Come se cancellasse la persona stessa.
La fatica di stare nel mondo».
da Vita
