redazione_3Intervista a uno dei fondatori e redattori di Ristretti Orizzonti

di Korallina

dal 2000 a oggi 1902 detenuti morti in carcere e 102 operatori penitenziari suicidi

Novembre 2009, tarda sera. Ting. L’avviso mail in entrata interrompe per l’ennesima volta il lavoro. Il corriere virtuale di Google Alert ha appena scaricato nell’Apple l’ultimo pacchetto di link. Un click, e si materializza tutta la rassegna stampa che gravita intorno a un certo argomento. Parola chiave: morti in carcere. Neppure il tempo di scorrere i titoli, ting, eccone un altro. Ting. Ting. Ting. Ormai se ne perde il conto.

È iniziata il 31 ottobre. Le fotografie del corpo sfigurato di Stefano Cucchi, 30 anni, tengono in ostaggio titoli e prime pagine, facendo il giro di mezzo mondo. “Assassinato in cella. Si indaga per omicidio”, strilla un quotidiano. L’indomani, muore impiccata nella sua cella di isolamento la brigatista Diana Blefari. “Soffriva da tempo di un severo disagio psichico”, notifica un sommario. La Procura apre un fascicolo. Il tempo di una notte, spunta un audio shock. Un’intercettazione telefonica accusa alcuni agenti del pestaggio di un detenuto. Altra inchiesta della Procura. Parte il fuoco dell’artiglieria mediatica. Per 30 giorni e 30 notti spara sulle patrie galere. Poi, il silenzio. Di tanto in tanto, un richiamo qua e là. E il martellante ting di Google Alert. Con ogni ting una vita se ne va.

Gennaio 2010. Il Consiglio dei Ministri dichiara «l’emergenza carcere». Troppi detenuti, troppi morti, troppi suicidi.

Luglio 2011. I dirigenti degli Istituti di pena di tutta Italia sfilano sotto le finestre del Ministero della Pubblica amministrazione a Roma. Distribuiscono copie dell’Ordinamento Penitenziario listate a lutto. «Sono 136 articoli, e non uno viene di fatto rispettato», dice Enrico Sbriglia, segretario del SIDIPE, il Sindacato dei direttori penitenziari, nonché direttore della Casa Circondariale di Trieste. Ma i Media non sembrano granché interessati alla prima rivolta dei direttori penitenziari nella storia della Repubblica. Riflettori e microfoni sono puntati altrove.

Ferragosto 2011. Esponenti della politica e delle istituzioni, operatori penitenziari e detenuti, professionisti e società civile incrociano le forchette in uno sciopero della fame di 24 ore. Dalle Alpi alla Sicilia, a destra e sinistra, denunciano, con gli ultimi disperati mezzi, una «situazione che ha superato i limiti della sostenibilità». Così la definisce Franco Ionta, a capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) che opera sotto il Ministero della Giustizia.

Che la misura sia colma lo attesta il regolamento, il quale indica una capienza non superiore ai 44 mila detenuti. Sono invece in 69 mila, vale a dire che il tasso di sovraffollamento nei 205 penitenziari italiani è del 156%. L’età media di chi vive stipato tra quelle mura è tra i 25 e i 34 anni.

Un altro attimo fuggente di risonanza mediatica. Sulle colonne dei giornali si aggiornano le statistiche dei «troppi detenuti, dei troppi morti e dei troppi suicidi». Si constata che in Europa, dove il tasso medio di sovraffollamento delle carceri è pari al 107%, l’Italia sfiora l’infausto primato. Seconda solo alla Bulgaria. Si ripassano i pro e i contro del piano carceri preso in consegna dal nuovo guardasigilli Nitto Palma, subentrato al ministro Alfano.

Settembre 2011. Il Ministro Palma rende comunicazioni sul sistema carcerario e sui problemi della giustizia durante la seduta straordinaria del Senato, chiesta, su impulso dei Radicali, da 141 senatori di quasi tutti gli schieramenti politici. L’attenzione dei media si rianima, focalizzandosi sull’intervento del presidente Napolitano. Le restanti 24 mila parole pronunciate dagli interlocutori convocati, che l’opzione “conteggio parole” di Word restituisce in una finestra sullo schermo dell’Apple, rimangono segregate nelle oltre 40 pagine del documento “Resoconto seduta senato.doc”. Diffuso in tempo reale sul web, accessibile senza neppure un “login” di rito, a patto che si sappia dove cercare. O meglio: che cosa.

Novembre 2011. Sono trascorsi due anni esatti da quando un ting si è portato via Stefano Cucchi. Da allora, le carceri del nostro paese ci hanno fatto recapitare decine su decine di macabri ting. Dall’inizio del Duemila al 31 ottobre scorso, ne abbiamo contati 1902. Una strage dietro le sbarre. Sul totale delle vittime, per 680 la causa di morte è stata il suicidio, per un tasso di vite rifiutate 20 volte superiore a quello della popolazione generale. L’ultimo, si chiamava Agatino Filia, aveva 56 anni ed è morto il 28 ottobre impiccato con una corda ricavata da un lenzuolo, nella tromba delle scale della sezione dove era detenuto, nel carcere di Livorno. Lavorava come addetto alle pulizie e soltanto 48 dopo sarebbe tornato in libertà.

E sempre dal Duemila a oggi, si sono dati la morte 102 operatori carcerari: 3 volte di più rispetto al resto dei cittadini liberi. Cento di queste persone portavano la divisa della Polizia Penitenziaria. L’ultimo, si chiamava Luigi Corrado, aveva 46 anni ed è morto il 31 ottobre impiccandosi nella sua casa di Battipaglia, dove stava trascorrendo qualche giorno di congedo ordinario. Era assistente capo di Polizia Penitenziaria nel carcere di Avellino dove lavorava nel reparto colloqui, ed è il settimo dei “baschi azzurri” che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno. Un corpo, quello del comandante Corrado, fortemente sotto organico, sottopagato e non contrattualizzato, si leggeva sui volantini della protesta in piazza di luglio. Seimila agenti mancano all’appello, stipendi fermi, da anni, alle fasce minime, e in assenza di norme che regolino i rapporti di lavoro si fa riferimento a quelle applicate alla Polizia di Stato.

Intanto, il vocabolario dei Media si è arricchito di una nuova figura retorica, un ossimoro. Scopriamo che un’emergenza può «cronicizzarsi», e che il collasso del sistema penitenziario è «ormai cronico».

UN MOSTRO MULTIMEDIALE PARTORITO IN UNA CELLA

Non è una buona ragione non cercare di vincere per il semplice fatto che si è battuti in partenza, sosteneva Atticus Finch, l’avvocato degli ultimi nel romanzo “Il buio oltre la siepe” valso all’autrice il Premio Pulitzer. O, per dirla con un altro grande scrittore quale fu Camus, esiste sempre un motivo per sperare senza speranza. Il motivo che vogliamo proporvi nasceva, non a caso, nella cella di un carcere del Nordest, 14 anni fa.

Risponde al nome di Ristretti Orizzonti, ma a misurare le lunghezze e le larghezze che ha percorso, le distanze che ha esplorato, i limiti che ha valicato, si direbbe un controsenso. Non se si parla il gergo di chi può guardare il cielo soltanto da una finestra, e se la finestra ha le sbarre e se dietro le sbarre non si fabbricano lime di fortuna per segarle, bensì mezzi e strumenti di comunicazione. Destinati a evolversi nel tempo, espandersi nello spazio, fino a guadagnare il timbro del Registro Stampa del Tribunale di Padova. E diventare una vera e propria testata giornalistica, che sotto la regia di Ristretti Orizzonti ha messo in piedi un’operazione multimediale di portata e dimensioni decisamente impressionanti.

Un bimestrale di 48 pagine con una tiratura di 2000 copie, scritto per la maggior parte da persone detenute. Un notiziario quotidiano on-line che fa pensare alla catena di montaggio di un’avanzata, frenetica fabbrica di informazioni. In un anno sforna circa 7 mila notizie, dando al contempo visibilità a quasi 600 eventi legati al pianeta carcere. Un tentacolare, oceanico sito web, qualcosa come 100 mila pagine dove anche il più navigato del milione e mezzo di internauti che lo visitano ogni anno, rischia di perdere la bussola. Un’agenzia di stampa, un telegiornale e un programma radio settimanali. Una collana di libri con 11 titoli nel catalogo, a oggi, di cui l’ultimo, “Cattivi e buoni ragazzi” uscito dalle stampe quest’anno, interroga i giovani su un tema di cocente attualità quale l’educazione alla legalità. Un Centro studi che promuove seminari e progetti con la comunità, utili ad avvicinare due mondi apparentemente inconciliabili. Come il convegno “Spezzare la catena del male”, che ha visto un coraggioso confronto tra autori e vittime di reati e rispettivi familiari, e un’Agnese Moro insegnarci che «il male si ferma quando si ricuce un tessuto di umanità che è stato ferito». E che per riuscirci, bisogna essere in due a volerlo.

Non finisce qui. Oltre a fungere da segreteria della Federazione Nazionale dell’Informazione dal e sul carcere, che tra i suoi promotori e sostenitori annovera Luigi Ferrarella, uno dei più quotati cronisti giudiziari italiani, la redazione di Ristretti coordina, con l’Ordine dei giornalisti di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, il gruppo di lavoro impegnato a redigere la Carta di Milano. Più precisamente, la Carta del carcere e della pena, il primo codice deontologico per operatori dell’informazione «che trattano notizie concernenti cittadini privati della libertà o ex‐detenuti tornati in libertà».

A Ristretti, attivi anche nel Forum nazionale per il diritto alla salute delle persone private della libertà personale, si deve inoltre l’elaborazione e diffusione del dossier mensile “Morire di carcere” cui lo stesso Ministero della Giustizia non di rado attinge, grazie all’attendibilità, la puntualità e la pertinenza dei dati. I rapporti sono il prodotto di un monitoraggio incrociato svolto da molteplici soggetti, che vanno a comporre l’Osservatorio permanente sulle morti in carcere.

CONDANNATO A FARE IL REDATTORE A VITA

Dietro a tanto ben di informazione non c’è alcuna grande società finanziaria con capitali a tanti zeri. Tutto è nelle mani di sette redattori: quattro esterni che occupano un ufficio in città e tre in carcere, coadiuvati da una trentina di corrispondenti in cella e da un numero imprecisato di volontari.

la copertina del numero zero di Ristretti Orizzonti
la copertina del numero zero di Ristretti Orizzonti

Come si fa il redattore “ristretto”? Voi come avete iniziato?

«Era il 1997, all’epoca non erano molti i giornali fatti in carcere, une decina forse. E leggendo la stampa esterna, ci si rendeva conto di quanto poco si conoscesse questa realtà e con quanta approssimazione se ne riferisse. Ne parlammo con Rossella Favero, insegnante del Centro permanente per l’educazione agli adulti che teneva corsi di formazione nella Casa di Reclusione di Padova, e decidemmo di provarci noi. Nel frattempo, la sorella di Rossella, Ornella, che insegnava all’Istituto commerciale, ottenne il prepensionamento e aderì come volontaria a tempo pieno, diventando anche il nostro direttore. Zero risorse, entusiasmo a mille, tre computer sgangherati in una stanza e via, a battere i primi testi. Goffamente, nessuno lì aveva nozioni di sorta. Una redazione autodidatta di sette persone, che senza neppure capire come, si è trovata sotto gli occhi il numero zero. Tirato in 1500 copie, 42 pagine fitte fitte. Di testimonianze, altro non avevamo».

Come vi siete finanziati?

«Battendo cassa da parenti e amici. La senatrice Ersilia Salvato ci dette la bellezza di 500 mila lire, considerando che con 2 milioni eravamo a cavallo. E poi gli abbonamenti. Li vendevamo ancora prima di avere la prima copia del giornale. Dopo di che, vai con la campagna di autofinanziamento. Uno dei redattori era un ragazzo catalano che cucinava etnico e la sua paella fu provvidenziale. Quanta ne abbiamo smerciata»!

Dove?

«Fuori, ai banchetti. Ci andavano quelli con i permessi premio. Gli stessi che procacciavano notizie. Non si perdevano un seminario, convegno o festa che fosse, ogni posto dove succedeva qualcosa di interessante, di importante».

Chi non aveva i permessi, come faceva?

«Il buon vecchio sistema di busta e francobollo. Ma anziché lettere alla fidanzata, interviste epistolari. A magistrati, studiosi, politici, ricercatori, gente che fa progetti per il reinserimento. Oppure invitavamo gli interlocutori in redazione».

Ristretti Orizzonti oggi è molto più che un periodico. Il vostro nome di frequente viene associato a quello dell’Osservatorio Permanente sulle morti in carcere, cui aderite, e al dossier “Morire di carcere”, ampiamente riconosciuto come il più attendibile rapporto sulle morti in cella nel nostro paese.

«Abbiamo avviato il dossier agli inizi del 2000, come d’altronde la maggior parte dei nostri progetti. Quando abbiamo visto che si poteva fare, ci siamo buttati sui bandi e così ne abbiamo vinti parecchi, uno in particolare della Regione Veneto che per dieci anni ci ha permesso di pagarci le attrezzature e investire nella formazione. Corsi di scrittura, giornalismo, computer, marketing. Non potevamo più fare i dilettanti. Riusciamo a fare il dossier perché abbiamo il sapere e la rete».

Chi c’è nella rete?

«Chi sta dentro, affiancato dai garanti dei diritti dei detenuti stipendiati dagli enti, ma anche professionisti, avvocati, volontari, cittadini. Un supporto fondamentale sono i parlamentari, ne abbiamo diversi che si fanno in quattro, come Rita Bernardini. Hanno libero accesso sia al carcere sia a tutte le informazioni che lo riguardano, salvo quelle secretate chiaramente. Il dossier non è che l’ultimo passaggio di un lavoro di squadra, che coinvolge i Radicali Italiani, le associazioni Antigone, A Buon Diritto, Il Detenuto Ignoto, Radiocarcere e altre».

La rilevazione dei suicidi, almeno per la popolazione generale, è sempre passibile di errori, cioè minore del reale a causa dell’incertezza e dell’incompletezza dei dati ufficiali. Spesso poi un suicidio non viene denunciato come tale per il timore dello stigma sociale, morale o religioso che ancora colpisce sia chi lo mette in atto, sia i suoi congiunti. Anche i dati del vostro Osservatorio sono spesso discordi con quelli diffusi dal DAP.

«In effetti, anche per i detenuti i criteri di rilevamento differiscono e questo è un grande problema. Per esempio, quando un detenuto tenta di togliersi la vita in cella e muore sull’ambulanza o in ospedale, noi lo consideriamo suicidio in carcere».

Vale lo stesso per l’affollamento delle carceri. I vostri numeri sono di regola un po’ più alti di quelli dei bollettini ministeriali. Perché?

«Ogni giorno nelle carceri si effettuano tre conte straordinarie dei detenuti, alle ore 8, alle 16 e alle 24. Ci sono poi altre 12 conte ordinarie, eseguite ogni 2 ore. La conta che fa testo, ossia quella che poi viene divulgata e ripresa dai Media, è la conta delle 16, quando mancano all’appello circa 850 detenuti semiliberi, altri 650 circa in articolo 21 (NdR: permesso lavoro), e tra i 500 e i 1000 in permesso. Per un totale di 2000-2500 detenuti non censiti, benché di fatto esistenti».

L’estate scorsa, il vostro Notiziario on-line ha lanciato un appello agli oltre 5000 lettori che quotidianamente e gratuitamente lo leggono, chiedendo un dono, sia pure di pochi euro, «per poter garantire un compenso minimamente dignitoso a chi manda avanti la redazione». È la prima volta che capita?

«Purtroppo sì. Non siamo un’azienda, ma la crisi si fa sentire. Il Ministero continua a finanziare la stampa del giornale, possiamo ancora contare su un piccolo supporto del Comune di Padova e del Centro Servizi Volontariato regionale che dispone di qualche fondo bancario. Abbiamo il sostegno della Fondazione Cariparo e di benefattori privati, ma il grosso guaio è che la Regione da due anni ormai ha smesso di finanziarci. Non ci sono “schei”».

Avete presentato un paio di progetti alla Cassa delle Ammende. (NdR: fondo pubblico che raccoglie le somme versate a seguito di sanzioni disciplinari o pecuniarie disposte dal giudice, proventi ricavati dai manufatti realizzati dai detenuti, importi relativi alla vendita dei corpi di reato non reclamati e altri). C’è qualche speranza?

«La vedo dura. A seguito della crisi, i fondi della Cassa destinati per legge a programmi di riabilitazione e reinserimento dei detenuti, sono stati dirottati, ancora dall’ex ministro Alfano, sull’edilizia penitenziaria. Ciò significa che gli 11 istituti e i 20 padiglioni nuovi che si intendono edificare, hanno sottratto ai detenuti e alle loro famiglie 146 milioni di euro di opportunità per rifarsi una vita decente».

DIECIMILA INNOCENTI IN ATTESA DI GIUDIZIO

Occorre davvero costruire nuove prigioni? È questa la soluzione?

«Certo che no».

Da dove farebbe iniziare il piano svuota carceri?

«Per esempio dai 28 mila detenuti in attesa di giudizio (al 31 agosto), di cui minimo 10 mila saranno prosciolti. Non è una stima. È un numero reale e costante, che si ripete nel corso degli anni. Diecimila innocenti tenuti in custodia cautelare per un tempo interminabile non sono pochi».

Processi più rapidi, in altre parole?

«Sì, ma anche la responsabilità civile al magistrato che sbaglia. E se i calcoli tornano, sbaglia una volta su due. Proviamo a immaginare un medico che una volta su due sbaglia la diagnosi, o un architetto che si vede crollare un palazzo su due. Se succede a un giudice, nessuno si scandalizza, e soprattutto nessuno fa il conto dei danni. Eppure, lo Stato spende 50 milioni di euro l’anno solo per risarcire chi è stato ingiustamente detenuto».

Quanto potrebbe contribuire la Legge sulla depenalizzazione, data in delega al Parlamento dal ministro Palma?

«Non ci conterei troppo. Intanto riguarda un problema che sta a monte. Ma sarebbe curioso sapere quanti sono disposti a chiudere un occhio per esempio su reati legati alla droga, o all’immigrazione, o alle truffe? Per non dire che ogni anno si inventano nuovi reati, l’omicidio stradale… e forse anche quello nautico».

E le misure alternative? Fino a che punto incidono?

«Per esserci, ci sono, ma si danno col contagocce. Oggi, a fronte di quasi 70 mila detenuti, ci sono soltanto 25 mila condannati ammessi a una misura alternativa. Prima dell’ultimo indulto, nel 2006, erano in 50 mila, praticamente quasi quanti i ristretti nelle carceri. Penso sia dovuto al clima culturale che respiriamo, oggi molta meno gente è disposta a vedere persone condannate uscire anzitempo. Che fare poi dei quasi 25 mila detenuti stranieri, per la maggior parte senza permesso di soggiorno e fissa dimora, qualora ci si sognasse di assegnarne qualcuno alla detenzione domiciliare»?

A proposito di un possibile nuovo indulto, Ionta ha detto che sì, «molti potrebbero uscire, ma se non ci sono gli strumenti di accompagnamento e di recupero effettivo, queste persone sono destinate a tornare in carcere». Lei stesso, in un’intervista dello scorso anno sosteneva che basterebbe far valere la vecchia Legge Gozzini, facendo in modo che il reinserimento sia davvero efficace. Lo trova ancora fattibile, data la recessione e l’aria che tira?

«Voglio ancora pensarla così, se non altro perché i recidivi sono sempre nell’ordine del 70%. Se pretendere che la gente non entri in carcere non è realistico, adoperarsi affinché una volta uscita non ci torni, beh, questo è tutto un altro discorso. Prima però bisogna crederci. È vero, i tagli allo sgravio fiscale imposti dalla manovra alle cooperative, che assorbono il 90% del reinserimento, saranno un colpo durissimo. Tuttavia e per quanto sia triste dirlo, i detenuti, come d’altronde gli immigrati, una carta da giocarsi forse ce l’hanno: quella dei lavori che nessuno vuole fare. A meno che il crack delle borse non spedisca tutti a rastrellare le aiuole dell’autostrada, sotto il sole a 40 gradi, o a scoperchiare le tombe nei cimiteri».

QUANDO NON SAI FARE NIENTE, TI MANDANO A FARE LA GIUDIZIARIA

Quale futuro per i redattori di Ristretti Orizzonti, invece? C’è qualche possibilità per un pregiudicato di accedere all’esame di Stato per ottenere il tesserino di giornalista professionista?

«Di recente l’Ordine dei giornalisti Emilia Romagna ha dato il suo benestare. Siamo in trattative con altre Regioni, mentre il segretario dell’Ordine Veneto Luca Amadori è un interlocutore fisso ai nostri seminari di formazione».

Il livello del giornalismo giudiziario in Italia da 1 a 10?

«Cito solo un titolo: “MARITO TRADITO UCCIDE LA MOGLIE A CORNATE”. Cornate d’Adda, intendevano. Ce ne sarebbero di aneddoti da raccontare. In Italia per scrivere di sport o di spettacolo devi essere un minimo ferrato. Quando non sai fare niente, ti mandano a fare la giudiziaria».

Non a caso la Carta di Milano, presentata il 10 settembre scorso, più volte invita i giornalisti a «usare termini appropriati». Servirà?

«Speriamo. Ci siamo ispirati alla Carta di Treviso, che disciplina i rapporti tra informazione e infanzia, con norme di autoregolamentazione a tutela dei diritti dei minori vittime o colpevoli di reati. Con i minori però è stato più semplice, mentre le garanzie verso un adulto imputato o detenuto non sono altrettanto ovvie, anche perché il “politically correct” non piace a un pubblico ancora poco educato alla correttezza dell’informazione. Lo scandalo si vende molto meglio. “Ai domiciliari l’ingegnere del bondage” è uno dei titoli comparsi sui quotidiani dopo la morte di una ragazza durante un “gioco” di sesso estremo in un garage di Roma. Una “storiaccia”, di morte, sesso e perversione, sulla quale cronisti ed editorialisti sono calati in picchiata. Risultato: in una settimana più di 300 articoli pubblicati nei quotidiani e decine di servizi nei telegiornali. Forse nemmeno l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima aveva dato tanto da scrivere».

Se ci fosse qualche dubbio, basterà scorrere i dati della recentissima ricerca “Notizie sulle carceri nei telegiornali delle principali reti televisive”, svolta dal Centro di Ascolto dell’Informazione Televisiva, che pubblichiamo di seguito riprendendola dal sito di Ristretti Orizzonti (http://www.ristretti.it/).

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