Il Centro psicoterapico-riabilitativo “RODARI” è stato cancellato dalla realtà che aveva sempre fornito speranza e futuro ai tanti utenti “psichiatrici”e loro famigliari.

Essi infatti incessantemente, da anni, lo avevano apprezzato e pubblicamente difeso.

Ovviamente la sua struttura muraria non è stata abbattuta, ma le sue attività sono state “delocalizzate”, le sue risorse tagliate per più di metà, i suoi pazienti spostati, i suoi operatori frustrati con noncuranza e il suo Direttore umiliato con giudizi negativi (dopo una vita intera di apprezzato lavoro) e deferito alla commissione disciplinare.

Anche la squadra di pallavolo, vincitrice di mille tornei, orgoglio dei ragazzi e modello per tutti gli altri Centri d’Italia, tra un mese sarà “trasferita”, anche il laboratorio di teatro perduto, anche la vela, anche le nostre escursioni e ancora molte altre nostre iniziative di cui la Direzione si sarebbe potuta inorgoglire.

Perfino la nostra apprezzata cucina gestita insieme, noi e i nostri utenti, sarà trasformata in una sorta di mensa aziendale (si ordineranno i pasti ad una ditta esterna).

Tutti, ma proprio tutti, operatori, utenti e loro famigliari stanno assistendo a questo scempio, delusi e rabbiosi per tutti gli innumerevoli apprezzamenti ricevuti e tutte le continue rassicurazioni sul “rafforzamento” di questa specifica modalità di lavoro.

Impressionante è la brutalità con cui, appena rimosso il Responsabile, si è proceduto all’annientamento di questa struttura.

Riferirsi a stile e delicatezza è pura ingenuità, se non ridicola pretesa: troppo profonda e astiosa è l’animosità nei confronti di questo Centro speciale.

Come è sempre puntualmente accaduto in passato, i Dirigenti responsabili ( da un po’ di tempo questo aggettivo esplicita ineffabilmente fini talmente abissali da risultare certamente incomprensibili per chi si esprime semplicemente con un si o un no) diranno che non è cambiato nulla, che anzi il Centro e la relativa offerta riabilitativa sarà aumentata e qualitativamente più elevata.

Da anni, in tutti i giornali, in tutte le sedi istituzionali e rappresentative del nostro territorio ci siamo sentiti ripetere questa ritornello.

Esso veniva detto con tanta apparente convinzione, con tanta formale autorevolezza e con tanta sincera partecipazione che tutti ne siamo stati costantemente rassicurati.

Ecco invece la conseguente, cruda realtà di tanto sincere ed autorevoli intenzioni.

Bravi! Un vero capolavoro!

Certo, senza togliere merito ad alcuno, il fatto che si trattasse con “malati psichiatrici” ha un po’ aiutato: spero si riconosca che la loro ingenuità abbia posto una resistenza fin troppo facile a questa altolocata retorica.

E venne un uomo, un pubblicano di nome Basaglia, che a differenza dei dottori e dei preti, sempre sulla strada che scende da Gerusalemme a Gerico, si è chinato su di noi pazienti sicuro di trovarci uomini: NESSUNA “MALATTIA” CI POTEVA AVER ELIMINATO.

Una tale fede nell’uomo ha squarciato il nostro ipocrita umanesimo, ha smascherato la falsità e l’orrore di una scienza perversa, al servizio del potere e violentissima nei confronti del “suo” paziente.

L’eliminazione dei Manicomi infatti è stata conseguenza di questa conquista culturale e civile.

Questi mostri, ci piaccia o no, erano concettualmente e funzionalmente coerenti con la psichiatria.

Da questa scienza venivano giustificati, presupposti e prescritti: non erano delinquenti i medici ed il personale che lavorava in questi luoghi disumani.

C’erano anche allora brave persone sinceramente convinte della bontà scientifica di quei trattamenti così drammaticamente disumani.

Diceva Carlo Giulio Argan che “c’erano dei medici che pensavano di guarire i loro pazienti per poi dimetterli e non si accorgevano che dovevano dimetterli perché potessero guarire”.

Il “RODARI”, …il “Rodari è stato il luogo non tanto logistico, ma soprattutto culturale ed affettivo che ha voluto tralasciare le diagnosi e cercare costantemente ed incessantemente l’uomo di ciascun uomo.

Al “RODARI” non si è “curato” nessuno, ci si è invece “presi cura” ( nel senso latino della parola cura ) di singole persone entrando concretamente nelle loro storie.

La sofisticata offerta psicoterapico-riabilitativa pensata e realizzata in questo Centro ha decisamente superato il classico approccio psichiatrico.

Dopo anni di difficoltà, ora questo progetto è finito!

Devono essere ben orgogliosi, i Direttori responsabili, del radicale e tenace lavoro fatto: cacciare il Direttore del Centro, contro il gradimento di tutta l’utenza, ha realizzato il loro più alto ed impegnativo ideale.

Ancora una volta l’utenza non è stata ascoltata; ma che importa, le verifiche sono diventate tautologiche.

Al Centro si erano con naturalezza e spontaneamente ritrovati e associati i genitori e gli utenti: essi avevano assunto coscienza della dignità del loro dolore e scoperto il diritto della loro domanda.

Per secoli essa era stata privata della sua parola, essa è sempre stata alienata in raffigurazioni che i tecnici avevano per essa costruito e ad essa violentemente imposto.

PRENDERE LA PAROLA! RIPRENDERSI FINALMENTE LA PAROLA VOLEVA DIRE RIVENDICARE LA PROPRIA ESISTENZA.

Poco importa se quest’esistenza non corrispondeva a quella che, con la violenza del potere (anche scientifico), altri avevano sempre loro imposto: ESSA ERA COMUNQUE L’UNICA ESISTENZA CHE AVESSERO.

Quasi quattro anni!

Quattro lunghi anni di lotta solo per poter avere il pieno diritto di parola nei Consigli di Dipartimento.

Il “RODARI” è diventato, non a caso, lo spazio di incontro di questi uomini sofferenti ed impauriti, l’occasione per elaborare le loro idee, il luogo in cui programmare le loro iniziative: lo spazio relazionale di cui sempre avrebbero avuto bisogno per curare le brucianti ferite che la vita aveva procurato.

Tutto questo non è stato sopportato, la Direzione ha sempre reagito con fastidio a queste sfrontate pretese, non le ha mai sinceramente tollerate e neppure le ha mai perdonate.

Soprattutto non è stato perdonato al Direttore del “RODARI”: aveva egli contribuito a creare tensioni tra l’utenza, i famigliari e la Direzione.

PRENDERSI LA RESPONSABILITA’ DI ESISTERE E DI ESPRIMERSI, PARLARE PER SE STESSI E’ STATO VISSUTO COME “CREARE TENSIONE”!!!!!!

SE RESTITUIRE , CON LA PAROLA, L’ANIMA AD OGNUNO E’ “CREARE TENSIONE O CONFLITTUALITA’”

ALLORA L’IMPRONTA SATANICA DELLA SOPRAFFAZIONE E DELL’OPPRESSIONE CI HA GIÀ TUTTI AVVELENATI E CONDANNATI ALLA PAURA E ALLA VIOLENZA: IL MANICOMIO È GIÀ DENTRO DI NOI.

Gli utenti ed i famigliari hanno voluto invece chiedersi il perché di tanto rifiuto, hanno voluto cercare le ragioni della violenza non solo dei “sani”, ma soprattutto dei cosiddetti tecnici della scienza psichiatrica ed hanno rivisto ciò che Foucault, Basaglia e una moltitudine di uomini illuminati ci avevano già segnalato:

I DOTTORI HANNO PAURA DEI PAZIENTI PSICHIATRICI; HANNO SEMPRE AVUTO PAURA!

Hanno la stessa paura della società che ha loro delegato la gestione della realtà deviante: essi devono, per forza, esorcizzare tale paura trasformandola nella disperata razionalizzazione di una inutile ma rassicurante nosografia.

Ma c’è un’altra ragione della loro paura di cui noi, loro utenti, vorremmo benevolmente parlare:

ESSI HANNO PAURA PERCHÉ SANNO MOLTO BENE QUELLO CHE HANNO SEMPRE FATTO AI LORO PAZIENTI: L’ODIO CON CUI ESSI SI SONO DIFESI DAI MATTI È ESATTAMENTE LO STESSO ODIO CHE ESSI, TEMONO DA LORO!

Incontriamoci al “RODARI”, anche con il dr. Busetto: possiamo finalmente salire insieme sulla stessa barca senza paura: arriveremo tutti ad Itaca!

Al contrario vincerete un’altra volta Voi e noi pazienti psichiatrici, come sempre, avremo perso.

Tacito dice dei Romani vincitori sui Britanni: “hanno fatto il deserto e l’hanno chiamato pace.”

 Utenti, genitori e operatori del”RODARI”

1 Comment

  1. E qui c’è non solo un richiamo dovuto all’umanesimo, che per molti è solo una parola, o una maschera, ma un’intuzione, vera
    un profonda scoperta:i medici hanno paura dei pazienti. Noi abbiamo paura di questo tipo di sofferenza, perchè fa parte di noi, è dentro di noi, può rivelarsi da un momento all’altro, si trova nelle persone che conosciamo, tra i vicini, tra amici e artisti scrittori, scienziati. Sì nessuno è immune. A questo è dovuto il rifiuto del disagio e della sofferenza. Ne abbiamo paura, perchè ignoriamo cosa significhi per noi stessi. Per il nostro io.M

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