Il fiume della vita. Una storia interiore

borgna

Di Giulia Ziino

[articolo uscito sul Corriere della Sera]

Un grande psichiatra alla vigilia dei 90 anni si racconta nell’autobiografia Il fiume della vita. Una storia interiore (Feltrinelli): l’infanzia, le letture, la terapia dell’ascolto.

«Non dovremmo mai dimenticare, lo ripeto senza fine, che senza analizzare cosa avviene in noi, nella nostra vita interiore, nulla sapremmo cogliere delle emozioni dei pazienti, e delle cose da dire loro».

«Senza fine». Davvero non si stanca di ripeterlo Eugenio Borgna: la psichiatria, per lui, non è mai solo terapia del farmaco ma — e prima ancora — è medicina dell’interiorità. «La psichiatria — scrive — è chiamata a scendere nel cuore dei pensieri e delle emozioni delle persone, alle quali si rivolge, avviandosi alla comprensione del mistero della cura, che non può se non essere comunità di cura, e talora comunità di destino». Contatto, comunità, destino, ascolto profondo dell’altro, che è paziente ma — soprattutto — essere umano che soffre. E poi quella parola-spia, interiorità, che torna anche nel sottotitolo — Il fiume della vita. Una storia interiore (Feltrinelli) — di questa che è un’autobiografia di vita — ricordi, incontri, esperienze cliniche, letture — e, al tempo stesso, il manifesto di un metodo. Di un medico e di un uomo.

Borgna, classe 1930 (luglio, ma, lo scrive lui citando Marc Augé sulla banalità del chiedere «quanti anni hai?», «conosco la mia età, posso dichiararla ma non ci credo»), è uno psichiatra, primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università di Milano. Qui, in questo libro, racconta se stesso. Quasi novant’anni di vita partendo da quando, bambino, dopo l’8 settembre e l’entrata del padre nella Resistenza, lasciava casa sua con madre e fratelli per rifugiarsi in un paesino sul lago d’Orta, più al sicuro dalle incursioni dei soldati tedeschi in cerca del capofamiglia.

L’infanzia solitaria, gli studi fatti all’inizio senza una forte convinzione, l’avvio della carriera di medico. Borgna passa in rassegna i fatti, ma molto scava nell’interiorità: emozioni, paure, ricordi, ogni fase della vita è, più che cronaca, spunto per una riflessione. Sul valore della memoria, sul mestiere di psichiatra, sul diventare anziani. Un lavoro di ricerca constantemente accompagnato dalle parole dei filosofi e, soprattutto, dei poeti cari all’autore — Leopardi moltissimo, poi Keats, Corazzini, Hölderlin…, pagine che, si intuisce, Borgna ha letto e meditato a lungo.

A che cosa serve un’autobiografia? A raccontare una vita, un’epoca. In questo caso, l’urgenza — più della nostalgia, della rievocazione di luoghi e persone, della citazione letteraria per quanto vissuta e funzionale alla narrazione — sembra essere un’altra: comunicare senza stancarsi, senza fine, un’idea umana della psichiatria. «Certo — scrive Borgna — se nel fare psichiatria non siamo capaci di immedesimarci nella vita interiore dei pazienti, e ci limitiamo ad analizzare e a descrivere i loro comportamenti, se non siamo capaci di intelligenza del cuore, non ci sarà possibile cogliere fino in fondo il senso del dolore e della sofferenza».

Cuore, intuizione, fantasia creatrice: parole che sembrano lontane dalla prassi e dal metodo scientifico. Ma la teoria di Borgna non è lontana dalla pratica, anzi: esperienza fondativa della sua visione sono i sedici anni trascorsi a Novara, come primario e poi come direttore dei reparti femminili del manicomio cittadino. «Nel 1963 sceglievo di andare a Novara. La mia vita si apriva così alla psichiatria»: è qui, a contatto diretto con il dolore, che il giovane medico Borgna scopre la sua vera vocazione. La realtà del manicomio gli appare subito diversa dalle aspettative: «Non il deserto delle relazioni e delle emozioni, ma lo stupore dell’ascolto e della reciprocità relazionale, non la percezione della follia come esperienza radicalmente estranea alla condizione umana, ma come esperienza che fa parte della vita di ciascuno di noi». Non elettroshock, ma ascolto. A Novara Borgna tocca con mano la sofferenza derivante dalla follia ma trova anche la chiave della sua psichiatria: l’empatia, il dialogo. I pazienti di cui nel libro rievoca le storie non sono casi ma volti, nomi, parole.

Nel maggio 1978 una nuova cesura, la svolta che cambia la psichiatria italiana e, insieme, orienta la parabola professionale del clinico: la legge Basaglia chiude i manicomi. Anche Novara, seppure realtà lontanissima da quei luoghi crudeli e lesivi della dignità dei pazienti contro cui si batteva Basaglia. Novara è un manicomio «arcaico e inattuale — scrive Borgna — direi artigianale», e proprio per questo poteva essere il laboratorio in cui sperimentare i valori di un’altra psichiatria, «gentile e umana». Fuori da lì, per Borgna si apre la via della libera professione: è tempo di trovare un nuovo modo di confrontarsi con i pazienti, diverso ma sempre basato sui medesimi principi, l’ascolto e la parola.

Non c’è disaccordo con la rivoluzione voluta da Franco Basaglia, anzi. Semmai disappunto per ciò che di quella riforma così radicale e importante è rimasto disatteso: «Dire che da noi, nel nostro silenzioso manicomio, queste cose non sono mai avvenute non significa contestare la legge, ma solo ribadire che non è stata ancora completata» e ciò si deve alla «fragile e precaria formazione emozionale e culturale degli psichiatri. Senza di essa, senza passione della speranza e senza entusiasmo, senza autentiche attitudini alla immedesimazione e all’ascolto del linguaggio delle parole, degli sguardi e dei volti, non si fa una psichiatria come quella immaginata da Basaglia». O da Eugenio Borgna.

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