Vivo a Gradisca.
Ma non mi abituerò mai al fatto che esista uno spazio oltre un muro dove, mentre la nostra vita scorre confusa tra il lavoro, gli impegni e le mille corse di ogni giorno, c’è chi soffre. Chi si dispera. Chi arriva a compiere gesti estremi. Non mi abituerò mai al fatto che, nel migliore dei casi, ci sia chi si limita a dire: «Si sa che è così, queste cose succedono». E non mi abituerò mai a leggere sui social commenti disumani di fronte a notizie come queste. Frasi come «Peccato, non ci siete riusciti» o «Dai, insistete, che prima o poi» spesso arrivano da profili con una foto sorridente, da persone che nella vita di tutti i giorni sono genitori, colleghi, vicini di casa.
È forse questo l’aspetto che più spaventa: la normalizzazione dell’indifferenza. E il lasciare che l’odio più volgare occupi spazio dinanzi al silenzio dei buoni.
Pochi giorni fa il Pontefice ha ricordato che «abbiamo il dovere di restare umani per custodire quella magnifica umanità che ci accomuna». Per poter “restare”, è condizione necessaria “esserlo ancora”. Spesso dinanzi a tutto ciò che si manifesta sui social o nei toni di dibattiti reali, ci mostra una urgenza ancora più grande: quella di fermarci, guardarci da fuori, tornare a essere umani. Tornare a guardare ai bisogni dell’altro come a bisogni che riguardano ciascuno di noi. Uscire dalla rabbia e dalle solitudini e tornare a fare rete. A essere rete di umanità.
La relazione della Garante comunale sui sopralluoghi effettuati l’11 e il 12 maggio 2026 al CPR di Gradisca d’Isonzo ha descritto una situazione che non può lasciarci indifferenti.
In pochi giorni si sono verificati diversi tentativi di suicidio. Le persone coinvolte presentavano fragilità psichiche, storie di dipendenza, precedenti gesti autolesivi e condizioni ritenute incompatibili con la restrizione della libertà personale. La stessa Garante parla di un clima di crescente frustrazione e del rischio concreto di fenomeni emulativi.
Ancora una volta emerge un quadro di sofferenza profonda, che ci obbliga a fermarci e a porci una domanda semplice: cosa faremmo noi al posto di queste persone?
Come reagiremmo se fossimo trattenuti per mesi in un luogo chiuso, lontani dagli affetti, senza certezze sul futuro, spesso dopo aver vissuto esperienze di guerra, violenza, povertà estrema o marginalità?
La disperazione non nasce dal nulla. E nessuno dovrebbe essere lasciato solo dopo aver manifestato il proprio dolore attraverso gesti così estremi.
Grazie all’istituzione del Garante comunale, l’Amministrazione ha potuto verificare direttamente quanto stava accadendo all’interno della struttura. Il Sindaco ha già espresso alla Prefettura la forte preoccupazione della comunità, mentre sono stati avviati confronti con i servizi sanitari competenti e con i soggetti coinvolti nella gestione del centro per rafforzare il supporto psicologico e la prevenzione delle condotte autolesive.
Sono interventi necessari, ma non sufficienti. Perché questi episodi non rappresentano un’emergenza isolata: mettono in luce i limiti strutturali del sistema dei CPR.
A chi ritiene queste strutture indispensabili per garantire la sicurezza, è giusto rivolgere alcune domande.
Se le persone trattenute fossero davvero così pericolose, perché i CPR non sono gestiti direttamente dallo Stato come avviene per gli istituti penitenziari? E perché coloro che vengono dichiarati incompatibili con il trattenimento vengono semplicemente rilasciati sul territorio? Le due cose non possono stare insieme. Vogliamo pensare che la Prefettura non rilascerebbe mai persone realmente pericolose, lasciandole in balia di sé stesse e senza adeguati percorsi di presa in carico. Ed è proprio questo a dimostrare che la narrazione che alimenta paure e identifica automaticamente l’immigrazione irregolare con la pericolosità sociale è spesso più utile alla propaganda che alla soluzione dei problemi.
La realtà è che i CPR non ospitano persone condannate per reati, ma persone sottoposte a un trattenimento amministrativo finalizzato al rimpatrio. Eppure, nella pratica, si trasformano troppo spesso in luoghi di detenzione che aggravano fragilità già esistenti e producono ulteriore sofferenza.
Il paradosso è evidente: un sistema pensato per garantire sicurezza finisce per generare marginalità, disagio e nuove vulnerabilità.
La tutela della dignità, della salute e della vita delle persone deve essere la priorità assoluta di ogni istituzione. Nessuna esigenza organizzativa o securitaria può giustificare situazioni in cui la disperazione diventa così profonda da spingere qualcuno a togliersi la vita.
Il CPR di Gradisca, come nessun CPR, non è la soluzione. Al contrario, alimenta problemi, genera sofferenza e dimostra ogni giorno la propria incapacità di coniugare efficacia, sicurezza e rispetto dei diritti fondamentali.
Per costruire comunità davvero più sicure serve investire in percorsi di accoglienza, inclusione, tutela della salute mentale e presa in carico delle fragilità. Perché una società si misura da come tratta le persone più vulnerabili, non da quanto riesce a nasconderne il dolore dietro un muro. Serve un cambio di prospettiva e un grande impegno. Che deve prendere forza dalle persone e arrivare alla politica. Una politica che poi, deve essere in grado di raccogliere il bisogno e realizzare percorsi istituzionali capaci di gestire le questioni più delicate e complesse, senza mai calpestare il diritto alla salute mentale e i diritti umani.
Voglio concludere questo articolo riportando un pensiero di Peppe Dell’Acqua, nato quando Marco Cavallo ha intrapreso un nuovo cammino per la Legge 180 bene comune “Dobbiamo ricominciare a dire che quella legge è stata un atto di rottura: ha chiuso i manicomi diventando un presidio di civiltà. Un richiamo costante al riconoscimento dell’altro”.
pubblicato per “Gorizia Europa”, il periodico del Partito Democratico di Gorizia.
Francesca Colombi è consigliera comunale a Gradisca d’Isonzo (GO)
