Sulla condotta dei centri di salute mentale dell’Emilia-Romagna (e di tutta Italia)
In più di una circostanza siamo stati contattati da persone che ci chiedono una “presa in carico”; fin qui non ci sarebbe niente da aggiungere; tuttavia dialogando con le persone che hanno presentato istanze di questo genere emerge che il CSM di riferimento avrebbe chiesto, ai fini di una dimissione dal servizio, la garanzia di una presa in carico da parte di uno psichiatra in alternativa alla presa in carico del servizio pubblico.
La vicenda lascia, quantomeno, contrariati; in genere ad un paziente di un qualunque medico (cardiologo o dentista o altro) non viene chiesta la garanzia di una presa in carico da parte di un altro cardiologo o un altro dentista; questa differenza costituisce a nostro avviso come una discriminazione a sfavore del “paziente psichiatrico”. Lo scenario di questi eventi pare chiaro: si tratta di rapporti medico-paziente non propriamente consensuali in cui forse lo psichiatra ritiene di essere investito di un ruolo di garanzia e quindi «responsabile» di possibili azioni future del paziente ; ritenuto responsabile da chi ? Da procure della repubblica forse – facciamo l’ipotesi – non ancora liberatesi da stereotipi di tipo manicomiale ? Si vedrà se si riuscirà su questo ad aprire una discussione. Peraltro nello spingere alla presa in carico da parte di altri, questi pazienti (che di solito non versano in buone condizioni economiche) non si intravede il concreto rischio di spingerle verso una sanità privata che riscuote laute parcelle? Oppure si fa affidamento su un volontariato sempre, a parola, incensato ma nei fatti boicottato (presumiamo in maniera preter-intenzionale) come abbiamo visto per la questione del medico di fiducia del detenuto che cerca di entrare in carcere ?
Ci pare chiaro che questo grave incidente di percorso si inserisca ina una vasta area grigia, con pesanti sfumature nere, di rapporti non consensuali ma coatti anche se non esplicitamente dichiarati tali ; la contraddizione è anche approfondito dal ricorso, anche questo non sempre consensuale, del farmaco depot in alternativa ad altre vie di somministrazione che evidentemente presuppongono la partecipazione attiva della persona al trattamento farmacologico. La criticità è ulteriormente aggravata da un’altra constatazione : esiste una forte domanda di deprescrizione di psicofarmaci da parte degli attuali consumatori (più o meno volontari) che le istituzioni mostrano di ignorare e alla quale occorre dare, urgentemente, risposta per risalire la china della spaventosa overdose di droghe legali che (nota 1) affligge tutto il mondo occidentale (i Paesi poveri, per loro “fortuna”, non hanno i soldi per comprarli). SENZA DIMENTICARE LA OVERDOSE di psicofarmaci NELLE CARCERI, NEI CPR (per migranti) E NELLE REMS. Una prassi spesso del tutto estranea a finalità o “intenzioni” terapeutiche ma finalizzate a obiettivi di “contenzione chimica” ; questa risposta sta cercando di darla un eroico circuito di professionisti supportati da “hi è diventato esperto… per esperienza di vita”, da familiari e ovviamente da molti consumatori di psicofarmaci seguiti da servizi pubblici o dalla famelica sanità privata. Tuttavia questa domanda deve con urgenza trovare la disponibilità di presa in carico da parte della sanità pubblica (segnali positivi giungono d Firenze e da Verona, quindi non partiamo da zero) per il semplice motivo che non c’è possibilità di difesa della salute psicofisica se non nell’ambito della libertà.
La libertà è terapeutica era scritto a caratteri cubitali sui muri dell’Ospedale psichiatrico di Trieste quel giorno del settembre 1977 che se ne festeggiò la chiusura; ma dalle parole bisogna passare ai fatti, ammesso (e non scontato) che siamo d’accordo sulla premessa del messaggio e della prassi del movimento basagliano.
Vogliamo discuterne ?
Grazie della attenzione.
(*) Vito Totire è portavoce del «Centro per l’alternativa alla medicina e alla psichiatria Francesco Lorusso» di Bologna
(1) Robert Withaker, Storia di una epidemia, prefazione di Giuseppe Tibaldi, editore Giovanni Fioriti
