In più di 500, ad Aversa, per chiudere i manicomi criminali

aversa_2011 167di Anna Poma

Aversa è una città che sembra uscita da un racconto di Calvino. Fortezze al posto del cuore e nugoli di strade scarne che si piegano su se stesse confondendo direzioni e traiettorie. Fai fatica ad orientarti e quando arrivi non sai mai bene da dove sei venuto. L’enorme sede della scuola di Formazione dell’Amministrazione Penitenziaria è l’ala restaurata del Castello Aragonese, sede storica dell’OPG tristemente sopravvissuto alle sue spalle. Noi siamo qui per questo “sconcertante retroscena”, che non riusciamo a vedere ma che sentiamo venirci addosso come un cono d’ombra che fa freddo il sole e pesante il respiro. Siamo in tanti in questa VI Assemblea Nazionale del Forum per la Salute Mentale per provare a capire, quarant’anni dopo la chiusura dei manicomi, come sottrarre a questi buchi neri del contratto sociale, il numero imprecisato di uomini (1300, 1500 o forse persino 1600) che ancora vi si trova rinchiuso. Non c’è cura in questo luogo che imprigiona, ma non c’è nemmeno lo scontare la pena: chi arriva qui non è imputabile del reato che ha commesso perché “incapace di intendere e volere”, ma, per un codice fascista (e un paradigma psichiatrico) mai rivisitato, da quel reato non può nemmeno essere assolto, sciolto, perché lo ha commesso in quanto “malato mentale” e dunque “incapace” e dunque “ pericoloso”. Bisognoso di custodia. E allora poco conta se questa sequenza di equazioni sia frutto di ideologie psichiatriche e giuridiche di stampo ottocentesco, pietrificate nel codice. Chi è inviato in OPG – e non è infrequente che lo sia per reati minori e di scarsa rilevanza penale – raramente riesce ad uscirne. Ergastoli bianchi, li chiamano, come le morti del mondo del lavoro, che non sono affatto bianche, pulite, innocenti. Ad Aversa arriviamo attrezzati. Sul sito del forum era stato predisposto molto materiale per decodificare le questioni, per prepararci a capire. Ma poi le molte voci che si avvicendano sul palco ci spiegano che la scena è più complessa, che la macchina dell’internamento insiste su ingranaggi giuridici e disciplinari di cui nessuno sa bene il senso e condivide appieno le ragioni, ma che molti contribuiscono ad azionare, anche per negligenza, superficialità, leggerezza, distrazione. Su questa scena le responsabilità si disperdono e sembrano non esser davvero di nessuno. Non dei periti che predispongono l’invio, non dei direttori degli OPG, medici al servizio del Ministero di Grazia e Giustizia fino al 2008 e oggi sostituiti da direttori amministrativi, non di chi firma le proroghe infinite delle misure di sicurezza, non dei Dipartimenti di Salute Mentale che rifiutano di farsi carico di questi ritorni, non di chi, da un pronto soccorso ospedaliero, vede arrivare i detenuti dell’OPG in condizioni drammatiche ma sembra non poter far nulla per attestare questo fatto e denunciarlo. Nessuno è responsabile, da questa parte del muro, esattamente come non lo è nessuno di quelli che vi sono rinchiusi. Eppure, una catena invisibile tiene tutti in ostaggio, a servizio di un’ istituzione totale che se ne serve pervicacemente per tenersi in vita. A dispetto delle denunce, delle indignazioni, delle morti, delle inchieste che da quarant’anni ne invocano il superamento.

Molti di noi non si sono mai trovati tanto vicino ad un Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Ma adesso abbiamo modo di attraversarlo nelle descrizioni di tecnici, psichiatri, magistrati, cooperativisti, architetti, nelle voci cupe di chi vi è internato; nelle parole di Ignazio Marino, che raccontano di come, durante sopraluoghi a sorpresa, tutti i membri Commissione d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale da lui presieduta, si siano a tal punto indignati da decidere, prima ancora della fine dei lavori, di interpellare sul da farsi il Presidente della Repubblica. Passaggio irrituale che Giorgio Napolitano ha rinforzato, chiedendo loro di raccogliere le immagini in un filmato, di costruire delle prove, di renderle pubbliche.

Adesso, dopo tutto questo, ai nostri occhi la responsabilità si ricompone ed è evidente che riguarda tutti. Che da oggi nessun esonero è consentito all’impegno per sbarrare la via d’accesso agli OPG e per spalancarne la via d’uscita. Non solo per chi abbia terminato la misura di sicurezza, ma per tutte le persone con sofferenza mentale che commettono un reato. Perché il nesso tra quella condizione e quel gesto non è affatto scontata. Perché, quand’anche accertabile, non è definitiva, irreversibile. Perché allora è meglio il carcere, dice qualcuno, dove almeno sulla carta la pena è commisurata al danno che il reato arreca . Perché chi sta male deve poter avere accesso a Servizi di Salute Mentale degni di questo nome, diffusi sul territorio, aperti sulle 24 ore, solerti in interventi che possono decostruire la crisi, depotenziarla, anticipare gesti estremi. Perché in gioco ci sono ancora una volta i diritti di cittadinanza e le tutele democratiche. Mai forum è stato così attento, così in ascolto. Sentiamo l’urgenza di raccogliere tutte queste informazioni, di farle circolare, di imparare a maneggiare dati e linguaggi, di precisare i numeri, di ritrovare nomi, storie, soggettività. Ci sfidiamo a tenerci insieme. Stabiliamo tappe, appuntamenti. Ce ne ripartiamo con una certezza: non possiamo più permettere che questi luoghi sopravvivono. Non possiamo più permettere questi crimini di pace. Non possiamo sopportare la progressiva rassegnazione ad un’ assoggettamento che toglie all’uomo la sua umanità a tal punto da rendergli intollerabile l’ aria. Che ancora si scrivano le parole che un detenuto di questo OPG intorno agli anni 20 indirizzava alla propria moglie, senza stupore né clamore: “Non posso stare troppo all’aria, mi sento preso dall’aria…. Quando andavo all’aria ero steso a terra e coricato, coricato sui sedili dell’aria” . Perché quando l’aria schiaccia a terra anziché sostenere, allora non resta proprio più nulla da fare.

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