Caro Piero, sai quanto ti stimo, ma stavolta l’hai sparata grossa…e come sempre, hai fatto bene. Stimo altresì molto Di Petta e Starace, e credo abbiano le loro ragioni nell’invito a resistere o forse ispira meglio dire r-esistere, nel senso di fare ciò che ha fatto Basaglia e adesso proponi tu, cioè di essere ciò che si è, dentro e fuori dai muri dei manicomi, rimanere tali e quali. Ciò vale anche per il paziente, o meglio per chi soffre e quindi offre al resto del mondo, soprattutto a chi gli/le sta intorno, una possibilità unica di non s-cadere nelle logiche disumane della pena capitale che ben descrivi nel tuo libro ed in ogni tuo intervento. Torno allo s-punto che vorrei dare alla tua e anche mia riluttanza rivoluzionaria: ci vogliamo fidare di ciò che non va come vorrebbe la macchina infernale del capitale con il relativo unico principio del consumare, farmaci ma anche esperienza, esistenze e in sostanza tutte le forme d’essere? Ci fermiamo ad ascoltare, il sintomo, così come l’urlo del legato, lo scatenato che in realtà ci sta solo mostrando ciò che lo ha colpito, segnato e adesso rivela? Cioè tutta la miseria di una società che non sopporta il dissenso perché, come dici bene, ha perso il senso, ma non della realtà, bensì del reale della vita, nuda e cruda, pura… appunto la verità che libera, perché è sempre rivoluzionaria. Spero di rivederti presto, ma intanto, grazie per averla sparata grossa. Ti abbraccio, così come abbraccio il tuo invito e lo riformulo a modo mio: la linea guida è la sofferenza, perché porta la domanda di senso che cerca d’essere compresa e soprattutto presa per ciò che è, cioè la rivelazione di una condizione di, hai ragione anche qui, idiocrazia. Voglio dire così che meritiamo tutti di non essere assoggettati dagli interessi di pochi arguti amministratori del potere e che abbiamo solo che da guadagnarci a smontare questo mercato delle curatele più che cure.

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