Marco Cavallo riprende il suo cammino. Stavolta vuole aprire le porte dei CPR, luoghi grigi, freddi, invisibili, dove l’umano è dimenticato, messo in sospensione, sepolto. Da anni ci chiediamo, con dolore e con vergogna, come sia possibile che in un Paese che ha ascoltato le parole di Francesco, che ha conosciuto Basaglia, in una Repubblica che si dice fondata sul lavoro e sulla dignità, esistano ancora spazi simili, in cui il diritto si annulla e il controllo spietato prende il posto del prendersi cura.

I Centri di Permanenza per il Rimpatrio non sono altro che nuovi manicomi. Non c’è accoglienza, ma c’è segregazione. Non ci sono medici, ma sorveglianti. Non ci sono colloqui, ma interrogatori. Non ci sono cure, ma trattenimenti. Le storie che arrivano dai CPR sono sempre le stesse, e sempre diverse: uomini e donne rinchiusi per settimane o mesi senza sapere quando usciranno, quasi sempre senza aver commesso alcun reato, in preda alla paura, alla disperazione, al panico. Spesso, troppo spesso, con problemi di salute e di salute mentale. Chi si prende cura della umana sofferenza nei CPR?

Marco Cavallo, storia inarrestabile della libertà riconquistata, della protesta, del sogno collettivo, ritorna a correre.  Comincia un viaggio che è un  atto politico, culturale, morale. Un grido. Un’invocazione. Come allora, negli anni Settanta, si abbattevano i cancelli dei manicomi, oggi dobbiamo guardare oltre le reti dei CPR e vedere quello che ci viene impedito di vedere: persone, vite, sogni interrotti. La grande colpa di queste persone? Non avere un permesso. Ma da quando non avere documenti giustifica la privazione così crudele della libertà?

C’è una disumanizzazione in corso che ci riguarda tutti. Quando accettiamo che qualcuno venga rinchiuso solo perché straniero, estraneo, diverso stiamo rinunciando a una parte della nostra umanità. Quando chiudiamo gli occhi davanti ai CPR, è come se voltassimo le spalle alle nostre radici più profonde: l’insegnamento di Basaglia, la rivoluzione della legge 180, la pratica dell’accoglienza, della cura comunitaria, della libertà come condizione irrinunciabile.

Come operatori, cittadini attivi, gente comune non possiamo restare in silenzio. Il Forum Salute Mentale (nell’ambito della campagna “180 bene comune. L’arte di restare umani”), assieme a tante altre realtà della società civile, sta accompagnando il viaggio di Marco Cavallo come si accompagna un amico che va a dire una verità scomoda. Una verità che scotta. Una verità che nessuno vuole ascoltare: che i CPR sono luoghi di negazione, di violenza istituzionale, di produzione di sofferenza e di dolore. Uomini e donne vengono ridotte a cose, a oggetti, scarti da collocare altrove. Scarti, pensando a Francesco.

Quello che chiediamo non è solo la chiusura dei Centri per il rimpatrio, ma un cambio radicale di sguardo. Vogliamo che le istituzioni, i servizi, la politica si ricordino che la salute e la salute mentale non è un affare tecnico, ma sociale, culturale, politico. E che la prima forma di salute e di salute mentale è la libertà.

Il viaggio di Marco Cavallo sarà fatto di tappe, di incontri, di racconti. Sarà l’occasione per aprire dibattiti, sollevare domande, dare voce. Incontreremo migranti, operatori, volontari, giuristi, giornalisti, medici, infermieri, studenti. Non per spiegare, ma per ascoltare. Non per accusare, ma per testimoniare, per lacerare il velo dell’indifferenza. E per ricordare a tutti noi che la civiltà di un Paese si misura da come tratta le persone più fragili, più sole, più abbandonate. 

Chiudere i CPR non è un’utopia. È una necessità. È un atto di civiltà. Come lo fu chiudere i manicomi. Come lo è continuare a lottare ogni giorno contro ogni forma di esclusione, di razzismo, di disuguaglianza. Come lo è tenere vive le ragioni della 180: essere capaci sempre di incontrare l’Altro. E che esistono persone, cittadini, singolari e irripetibili individui.

Marco Cavallo si rimette in cammino. E noi con lui.

Luglio 2025

Forum Salute Mentale
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