In quasi due settimane dalla pubblicazione del Piano d’Azione Salute Mentale 2025-2030 (Piano) da parte di Quotidiano Sanità vi sono stati numerosi interventi di associazioni professionali, di operatori e rappresentanti di utenti. Ciò avvalora la richiesta che l’approvazione del Piano sia preceduta da approfondimenti e da una consultazione pubblica come richiesto anche dalla presidente della Società Italiana di Psichiatria Liliana Dell’Osso (QS, 24 luglio 2025).
Infatti, pur essendovi state diverse audizioni da parte del Tavolo Tecnico, il Piano viene avvalorato e arricchito dalla partecipazione e dai contributi che possono essere portati dai professionisti, dalle associazioni di utenti e familiari, dagli Esperti per Esperienza, da Enti locali, sindacati e mondo imprenditoriale, del lavoro, scuola, ricerca, università, IRCCS, Enti di Ricerca, Industria farmaceutica, Enti del Terzo Settore (ETS), Privato imprenditoriale, operatori della comunicazione e di tutti i cittadini. Un percorso che potrebbe terminare con una Consensus Conference.
In diversi interventi viene posta la questione del metodo tanto più rilevante perché si sta costruendo un piano d’azione che deve vedere obiettivi, priorità, tempistiche, risorse, monitoraggio e rendicontazione. Dovrebbe partire da un’analisi dei dati epidemiologici e della situazione, assai diversificata, delle diverse regioni.
Quanto alle risorse il Piano non prevede maggiori oneri per la finanza pubblica e, se resta così, nessuna delle azioni previste potrà essere realizzata.
La condizione reale dei servizi di salute mentale, già assai grave come ripetutamente evidenziato da più parti in primis i direttori di dipartimento, rischia un peggioramento e persino la loro chiusura se non si provvederà a nuove assunzioni di personale.
Sulla necessità di adeguati investimenti vi è un consenso unanime. Rispetto al fondo sanitario nazionale, alla psichiatria adulti dovrebbe essere destinato il 5%, alla NPIA 2% e all’ambito delle Dipendenze Patologiche l’1,5%. Complessivamente l’investimento dovrebbe essere pari all’8,5% del fondo sanitario nazionale. Un livello, in linea con l’Europa, mai raggiunto. Questa potrebbe essere la volta buona per un accordo istituzionale e politico unanime e per attuare un investimento adeguato in salute mentale.
Ciò consentirebbe di dare unitarietà e coerenza agli interventi favorendo la massima sinergia tra il livello nazionale, regionale e locale nell’uso delle risorse considerate un investimento in grado di dare risultati positivi non solo in termini di salute ma anche di tipo economico e sociale. Pertanto l’approvazione del Piano, nel quale diversi punti sono ampiamente condivisi, dovrebbe essere associata ad un preciso planning economico pluriennale.
Altrimenti l’adozione di un Piano di “castelli di sabbia” (Mezzina, QS 21 luglio), di molte parole e pochi strumenti (Andrea Angelozzi, QS 17 luglio 2025) cioè privo di adeguate risorse per la sua realizzazione rischia di deludere le aspettative, creare malintesi e delusioni in pazienti, familiari ed operatori. A questo proposito è significativa la lettera del Coordinamento nazionale delle Associazioni ADHD (Cristina Lemme, QS 17 luglio 2025) che insieme all’apprezzamento “auspica un’applicazione concreta e uniforme del Piano in tutte le Regioni” e ritiene “fondamentale che le misure previste siano sostenute da adeguati investimenti, affinché possano essere garantiti servizi di qualità, vicini ai cittadini, nel pieno rispetto dei diritti delle persone e con particolare attenzione ai bisogni dei minori, degli adolescenti e degli adulti con problematiche di salute mentale.” E’ fondamentale non deludere queste attese.
Anche nella nota congiunta del Coordinamento Nazionale Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (CN SPDC) e della Società Italiana di NeuroPsicofarmacologia (SINPF) il Piano “non può restare sulla carta” (Emi Bondi, Giancarlo Cerveri, Claudio Mencacci e Matteo Balestrieri QS, 24 luglio 2025) e pertanto vi è la richiesta “di almeno 200 milioni di euro all’anno per 5 anni per rilanciare i Dipartimenti di Salute Mentale, in particolare sul fronte delle risorse umane.”
Ciò permetterebbe l’assunzione di circa 3.000 operatori. Pur essendo una linea giusta la quantità è molto al di sotto di quanto ritenuto necessario: “sulla base delle analisi sul fabbisogno del personale SSN elaborate da Agenas e Conferenza Stato Regioni emerge la necessità di aumentare del 47% l’attuale dotazione di personale presso i DSM.” (Mondo sanità, 7 dicembre 2024). Si tratta di assumere circa 15 mila operatori con un impegno di spesa stimata nel 2023 dalla Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica di 783 milioni (Fabrizio Starace, 2023) che è aumentata negli ultimi due anni a circa 1 miliardo di euro.
In assenza di investimenti oggi l’assistenza viene garantita solo grazie all’impegno e alla disponibilità dei singoli professionisti con crescenti livelli di burn out e drop out. Vi è il rischio dell’irrilevanza, dell’invisibilità (Cesare Maria Maffei, QS 18 luglio 2025), dell’autostigma e di continuare con un impianto etico volontaristico basato sulla sola motivazione degli operatori, come se si fosse sempre in una fase pionieristica e di impresa sociale o del fare con quel che c’è privando l’ambito di quegli interventi ritenuti scientificamente ed eticamente essenziali. Chiedere risorse adeguate è pertanto una questione di dignità professionale ed etica al fine di realizzare i diritti, i LEA in un ambito quello della salute mentale dove è alta la povertà e pressoché assente la possibilità di copertura assicurativa e solo gli interventi ambulatoriali sono accessibili con fondi privati. Fuori dal sistema pubblico vi è l’abbandono e la non cura.
Occorre una programmazione realistica, anche graduale, ma adeguata e certa non basata su progetti e finanziamenti temporanei o intermittenti. Non costituita da voucher assegnati in base al reddito ma prestazioni universali con compartecipazione basata sui ticket.
Vi è bisogno di stabilità e di un investimento di lungo termine secondo precise priorità. La linea dello sviluppo sostenibile e della crescita partecipata di tutto il sistema per la salute mentale crea un clima di fiducia e di speranza che a loro volta sono risorse essenziali per operatori, utenti e sistema di comunità. Diversamente, se si manterrà l’attuale situazione delle risorse è evidente il rischio di regressione, di involuzione, di non riuscire a rispondere ad una crescente domanda. A fronte di servizi esausti e di un finanziamento inadeguato il Piano dovrebbe essere riscritto.
Se invece, come penso, vi è l’unanime volontà di migliorare il sistema occorre affrontare il tema dei bisogni, la loro valutazione e quantificazione al fine della programmazione dei servizi e delle risorse. Se vi sono ben due milioni di persone con disturbi mentali “importanti” senza cure, occorre intervenire in modo appropriato.
I documenti dell’OMS sono un apprezzabile riferimento del Piano che andrebbe completato come propone Antonio Lasalvia (QS, 25 luglio 2025) con ulteriori riferimenti per una strutturata lotta allo stigma e innovative forme di partecipazione degli Utenti Esperti.
Il tema risorse è quindi essenziale per il personale e dare realizzazione alle diverse azioni del Piano e senza analizzarle dettagliatamente, mi limito a riepilogare e quantificare le principali.
a) La salute mentale perinatale, il neurosviluppo, la transizione all’età adulta e l’adeguamento dei servizi di NPIA con una dotazione di posti letto ospedalieri di cui il Piano riconosce la necessità ma non la quantifica. Se, ad esempio, oltre al personale per i diversi team multiprofessionali, si stimano come necessari 400 posti distribuiti 40 reparti da 10 posti si deve prevedere una spesa gestionale annua di 100 milioni di euro e un investimento di 240 milioni euro per la loro realizzazione strutturale. Vi è poi tutto il tema della collaborazione con la giustizia con i relativi rischi relativi ai mandati ben evidenziati da Marco Pingitore, (QS 17 luglio 2025).
b) Merita un approfondimento la collocazione e la funzione dello psicologo come richiamato da diversi interventi (Ivan Iacob, QS 16 luglio, Eva Pascoli, QS 18 luglio, Saverio Proia, QS 24 luglio 2025).
Per promuovere lo sviluppo dei diversi Percorsi Diagnostici Terapeutico Assistenziali (PDTA) occorrono adeguato personale e formazione. In particolare per i Disturbi del Neurosviluppo, visto l’andamento epidemiologico, è necessaria una programmazione di lungo termine (secondo le LG dell’Istituto Superiore di Sanità) per i trattamenti, semiresidenze, Gruppi appartamento e progetti con Budget di Salute per adolescenti e adulti. Ad esempio se si vogliono attivare 6 progetti residenziali/Bds ogni 100 mila ab. adulti a livello nazionale sono circa 3.000 progetti con un impegno di spesa di circa 438 milioni di euro/anno per la gestione più gli investimenti in strutture. Ciò è fondamentale per i Progetti di vita indipendente e il c.d. “dopo di noi” che tanto preoccupa molte famiglie.
Un altro ambito molto delicato ed epidemiologicamente rilevante è quello dei Disturbi della Nutrizione e Alimentazione per i quali tutta le rete andrebbe adeguata. La realizzazione dei PDTA richiede investimenti in competenze e personale e le Linee Guida devono essere individuate, conosciute, diffuse e verificate.
La parte ospedaliera, compresa quella della Ospedalità privata, merita un approfondimento sia per quanto attiene all’Emergenza-urgenza (centri crisi, pronto intervento sociale) sia per quanto attiene ai modelli di SPDC in relazione a contenzioni e pratiche restraint/no restraint e sia per la qualità degli interventi assicurati dal privato sociale e imprenditoriale.
c) Per quanto il Piano dedichi un paragrafo alla Residenzialità, occorre una linea per la sua riconversione (documento Istituto Superiore di Sanità, 2023) che può essere orientata, da un lato a promuovere servizi qualificati nell’ambito dei PDTA (DNA, Esordi, Autismo, Giudiziari ed al.) e dall’altro, mediante processi di coprogrammazione e coprogettazione con gli Enti del Terzo Settore, a determinare la trasformazione della residenzialità sociosanitaria in Servizi di Comunità e Prossimità con un preciso territorio di riferimento. Per i progetti con BdS e i diversi approcci e metodi riabilitativi citati nel Piano vi è la necessità di prevedere adeguati finanziamenti e formazione. Ad esempio per attivare almeno 10 mila progetti con BdS (al costo medio di 30 mila euro cadauno) servono circa 300 milioni, oltre all’investimento in alloggi e strumenti. Questo andrebbe visto con gli Enti locali per creare welfare di comunità, in grado di essere generativo e di coinvolgere anche il c.d. “secondo welfare”.
d) La creazione delle Equipe forensi per minori ed adulti e il miglioramento delle attività di negli Istituti di Pena richiede adeguate risorse (stimabili in complessivi 80 milioni di euro). Lo stesso per attivare i percorsi alternativi al carcere e alle REMS. Ogni progetto residenziale costa in media 60 mila euro e prevedendo di attivare 400 inserimenti il costo è 24 milioni di euro. Se si attivano 800 progetti con BdS al costo medio di 30 mila euro, l’investimento è di 24 milioni di euro. Va tenuto conto che i DSM sono già molto esposti nella spesa residenziale (dal 50 e 70% del budget complessivo) anche per i percorsi giudiziari alternativi alle REMS (si stima per 288 milioni di euro/anno). Questa voce, fondamentale per la realizzazione della legge 81/2014, dovrebbe essere riconosciuta a livello nazionale.
La previsione di aprire negli Istituti di Pena circa 3.000 posti di Articolazione Tutela Salute Mentale (ATSM) comporta una spesa gestionale annua di oltre 300 milioni di euro e un investimento in strutture molto significativo. Se si tratta di realizzare ex novo o per ristrutturazione 150 strutture da 20 posti la stima è di 6 milioni per struttura, quindi in totale 900 milioni.
Ritengo che questa sia una via da non perseguire. Vi sono già 320 posti di ATSM e oltre 700 in REMS e in relazione ai bisogni regionali vanno visti interventi specifici e selettivi cercando di promuovere soluzioni alternative al carcere. Dobbiamo evitare che si riproponga anche indirettamente il paradigma della pericolosità del malato mentale, che invece va accolto e accompagnato, portando ad una torsione securitaria del tutto in contrasto con il mandato di cura. Questo vale anche per i capitolo dedicato al Risk management.
e) Il Piano fa propria l’affermazione dell’OMS che “Non c’è salute senza salute mentale” e indica il passaggio dalla psichiatria alla salute mentale come una componente essenziale della salute che riguarda tutti e deve entrare in ogni politica, ambito del welfare e della società. Per quanto si tratti di un compito molto complesso e necessariamente incompleto è la via da sostenere e promuovere anche se come da più parti è stato notato, vi è una visone incentrata sulla psichiatria e sul modello medico che rappresenta comunque il punto di partenza.
Questo approccio implica che la salute mentale entri in tutte le politiche al fine di affrontare, ciascuno per le specifiche competenze, i determinanti sociali della salute mentale: la povertà economica (si pensi alle pensioni di invalidità di 332 Euro mensili ben al di sotto del minimo vitale) relazionale, la solitudine/isolamento, le diseguaglianze, le diverse culture, le questioni di genere e il minority stress, le condizioni ambientali compreso l’inquinamento e il cambiamento climatico.
La salute mentale nell’intero arco di vita, a partire dalla gravidanza, al periodo neonatale, ai primi 1000 giorni di vita, cruciali per la prevenzione, passando per le varie fasi, fino all’età adulta e anziana, deve tenere conto di condizioni sempre più caratterizzate da cronicità, pluripatologie e multicomplessità, fino alla non autosufficienza. La maggiore morbilità e la mortalità precoce delle persone con disturbi mentali rende necessaria prevenzione e adeguate cure garantendo diritti di accesso ai Fondi per la non autosufficienza e ad un autodeterminato Progetto di Vita.
f) La formazione in salute mentale di tutti i professionisti è molto importante affinché, accanto a competenze specifiche, la sensibilità psicologica, l’accoglienza e l’ascolto non giudicante permeino ogni ambito sanitario e sociale e rendano operativa la “psichiatria gentile” (Eugenio Borgna). E’ quindi fondamentale il coinvolgimento del mondo universitario e creare una cultura multidimensionale e multiprofessionale che valorizzi tutte le professioni, compresi i terapisti occupazionali (Gabriella Casu, QS 22 luglio 2025) e gli operatori del benessere, culturali e sportivi. L’ambito sociale e sanitario è gravato da stigmi e pregiudizi e per questo occorre uno specifico investimento in formazione e in strategie per combattere lo stigma e creare una comunità che si prende cura.
Conclusioni
Il Piano ha aspetti ampiamente condivisi e ma ha bisogno di nuove risorse e di utilizzare al meglio quelli esistenti, per lo sviluppo della qualità, di percorsi di prevenzione e di guarigione evitando sprechi e investimenti inutili (come l’aumento dei posti di ATSM) mediante un dialogo di tutte le componenti universitarie, territoriali, ospedaliere, forensi, della ricerca in tutti i contesti anche quelli più sensibili (carceri, centri per migranti, SPDC) al fine di dare realizzazione i diritti alla salute e all’autodeterminazione. La salute mentale, la 180 sono un bene comune.
Il dialogo può creare un clima capace di superare le divisioni, rispettare e valorizzare le diversità mediante equilibrati accomodamenti di fronte alle inevitabili contraddizioni. I fattori biologici, psicologici, sociali, ambientali e culturali sono rilevanti per la salute mentale. In una società globalizzata e multiculturale, nella quale sempre maggiore rilievo hanno i dispositivi tecnologici favorire la partecipazione di tutti i portatori di interesse, raccogliere le indicazioni e i suggerimenti può arricchire il Piano Nazionale che poi dovrà trovare attuazione a livello Regionale per altro con diversi modelli di Dipartimento (e le relative preoccupazioni per gli equilibri fra le aree disciplinari, Luigi Stella, QS 24 luglio 2025) con un’adeguata dotazione di risorse in particolare di personale che rappresenta la priorità assoluta.
Serve quindi un grande patto tra Stato Regioni, professionisti, utenti, familiari, comunità per avere un Piano unitario, ampiamente condiviso accompagnato da un planning di finanziamento che, come emerso dal recente incontro del Collegio dei Direttori di Dipartimento, secondo calcoli preliminari, dovrebbe prevedere oneri aggiuntivi a carico della finanza pubblica, in primis del Fondo Sanitario Nazionale, stimabili in 3,3 miliardi di euro (di cui 1 per il personale) e circa 1,8 miliardi per investimenti strutturali. Un investimento rilevante ma comunque entro il 5% (6,8 miliardi per il 2025) della spesa sanitaria nazionale.
